Esperto di Calcio

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19 dicembre 2014

Storie di calcio: l'animo Gunners, Thierry Henry

La forza di uno schiaffo con l'eleganza di una carezza. Thierry Henry può essere definito con queste semplici parole, che dipingono sufficientemente bene che grandissimo giocatore sia stato.
Un attaccante completo, feroce in area di rigore e prezioso in fase di costruzione di gioco; mortifero, freddo e spietato davanti al portiere; capace di giocate ai limiti della fisica, belle da vedere ed impensabili per un comune mortale. Implacabile nell'uno-contro-uno, madre natura ha donato a Titì un cambio di passo fuori dal comune, che unito ad una tecnica stellare lo rendeva un attaccante immarcabile, devastante.

Nato e cresciuto in un distretto parigino, Henry è stato iniziato al calcio dal padre Antoine, originario della Guadalupa e grande appassionato di calcio. Duro, come spesso molti padri di grandi sportivi, Antoine inizia il piccolo Thierry al mondo del calcio. E' chiaro a tutti che il ragazzo abbia un potenziale fuori dal comune, ed il suo primo estimatore è Arnold Catalano, osservatore del Monaco, che gli offre l'ingresso in squadra senza bisogno di alcun provino.
Nel principato Henry cresce fisicamente e tecnicamente, tanto da attirare su di sè l'attenzione del manager del Monaco, Arsène Wenger. Il tecnico alsaziano ha il coraggio di aggregare alla rosa della prima squadra un Henry non ancora maggiorenne, facendolo debuttare nel 1995. Thierry, abituato a svariare su tutto il fronte d'attacco, viene adattato sull'esterno, dove la sua velocità ed il dribbling secco, fulmineo, possono fare la differenza. Per nulla spaventato dal confronto con i grandi, Henry mette a referto 8 presenze e 3 reti, guadagnandosi un posto in pianta stabile per gli anni avvenire.
Agli ordini dell'ex stella transalpina Jean Tigana, Henry forma con Trezeguet e Guivarc'h uno dei tridenti più letali dell'intero continente, riportando il Monaco sul tetto di Francia e incantando in Champions League, dove incrocia il suo più immediato futuro, la Juventus.

Nonostante Henry non segni a grappoli, come abituato a fare nelle giovanili, Luciano Moggi decide di investire sulla stella di origine caraibica. Nell'inverno del 1998, a sorpresa, Henry è il regalo che la dirigenza bianconera fa ad Ancelotti, subentrato a Marcello Lippi ed orfano di Alessandro Del Piero. Il tecnico emiliano, compiendo forse l'unico errore della sua carriera, sacrifica Henry sull'esterno di centrocampo in favore di Inzaghi ed uno fra Fonseca ed Esnaider. Nonostante tutto gioca 16 buone partite, condite da una doppietta mortifera all'Olimpico di Roma, che spiana la strada al Milan per la rimonta scudetto ai danni della Lazio.
Confermato per la stagione successiva, Henry viene di colpo venduto all'Arsenal in un torrido pomeriggio di Agosto. Una giornata indelebile, in cui fu mia nonna a riportarmi la ferale notizia, legandomi in modo indissolubile alle gesta di Titì.

A Londra lo aspetta a braccia aperte il suo primo mentore, quell'Arsène Wenger che lo aveva fatto debuttare fra i professionisti e che, per primo, aveva provato a spostare Henry sulla fascia, solo per non togliere dal campo uno fra Ikpeba e Sonny Anderson.
Ad Highbury, però, occorre un nuovo centravanti per far dimenticare ai Gunners il connazionale Nicolas Anelka, appena ceduto al Real Madrid. L'inizio non è dei migliori, con il talentino che non trova la via della rete nelle prime otto di campionato, attirando su di sé i malumori di Highbury.
"I've literally had to go back to school and be re-taught everything about the art of striking", disse Henry al The Observer, prima di ingranare la marcia alta.
Con 26 reti alla prima stagione londinese, Henry scaccia tutti i detrattori ed inizia ad incantare il mondo intero. Non si limita a segnare con sconcertante regolarità, ma si toglie lo sfizio di siglare reti da antologia e deliziare anche i palati più fini con giocate degne di una leggenda calcistica.
Insieme a Dennis Bergkamp, Robert Pires e Patrick Vieira è il simbolo dell'Arsenal più vincente della storia, diventandone da lì a poco il simbolo, il capitano.

Dopo otto anni di idillio, però, è troppo forte la tentazione di andare a Barcellona, dove ha l'occasione di giocare con Ronaldinho ed Eto'o per dar la caccia alla Champions League, trofeo sfiorato troppe volte in carriera. In blaugrana accetta di tornare a giocare sulla fascia, lasciando il centro dell'attacco al camerunense. Un sacrificio che testimonia molto chiaramente quanto Henry sia stato un campione, capace di mettersi al servizio della squadra pur di raggiungere con essa i più grandi traguardi.
Nei tre anni con la camiseta azulgrana incanta il pubblico del Camp Nou e ha l'occasione di svezzare una giovane stella, quel Lionel Messi per cui qualche anno più tardi userà parole al miele: "Lionel Messi is the best player in the world but I respect the amount of work Cristiano Ronaldo has put into the game. Messi is just a freak. It is nice for kids to watch as they can see one guy who was given a gift and the other guy who does it through hard work".
E così dopo aver vinto tutto in Spagna, in Europa e nel mondo, Thierry Henry diventa ambasciatore del calcio negli States, proprio come Pelè. Perchè d'altronde, come disse Camus, "non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio".
Ma la favola, la storia sportiva di questo grande uomo, non poteva finire così. Prima di dire addio un saluto alla sua gente era doveroso. E così, anche se per soli quattro spezzoni di match, Henry decide di tornare profeta in patria, giocando ancora una volta dinnanzi ai tifosi dell'Arsenal, segnando per loro un'ultima rete, la numero 228.


"Thierry Henry potrebbe prendere palla in mezzo al campo e segnare un gol che nessun altro al mondo potrebbe segnare", come diceva Wenger. Ma Henry è stato un grande uomo ancor prima che un campione, un esempio in campo e fuori. Simbolo della lotta contro il razzismo, Henry avrebbe meritato il Pallone d'oro, ma in fondo è in buona compagnia.
"After 20 years in the game I have decided to retire from professional football. It has been an incredible journey and I would like to thank all the fans, team mates and individuals involved with AS Monaco, Juventus, Arsenal FC, FC Barcelona, the New York Red Bulls and of course the French National Team that have made my time in the game so special. I have had some amazing memories (mostly good!) and a wonderful experience. I hope you have enjoyed watching as much as I have enjoyed taking part". Puoi star tranquillo Thierry.

16 dicembre 2014

Luca Lezzerini e i suoi fratelli: come crescono i giovani portieri

Diversi mesi fa ho scritto di un ragazzo che ha un roseo futuro dalla sua, Luca Lezzerini. In esclusiva per Esperto di Calcio, Adorno Maiani, suo primo allenatore e vero mentore. Con Adorno scopriremo come Luca Lezzerini sia diventato un portiere alle soglie dell'esordio nel calcio professionistico.

Ciao Adorno, benvenuto sul blog dell'Esperto. Racconta al grande pubblico chi sei.
Ciao a tutti, è un piacere essere qui con voi. Allora, sono un allenatore e preparatore fisico, ho dedicato la mia vita professionale ad aiutare i giovani estremi difensori italiani. Ho lavorato sette stagioni consecutive alla SS Lazio, fino ad accettare a inizio anno l'incarico con gli allievi nazionali di Lega Pro, esperienza terminata prematuramente a Settembre.

Luca Lezzerini, a quando risale il primo incontro con il giovane portiere viola? 
Nell'ormai lontano 2007, presso il centro sportivo Dablù all'Eur. Luca giocava come centrocampista per la SS Lazio ed io allenavo i portieri. L'ho subito notato per la sua stazza fisica, che sfiorava il metro e ottantacinque. Come detto, giocava centrocampista (come Buffon) e dopo un allenamento mi avvicinai a lui e gli proposi di cambiare ruolo, provare a difendere i pali.
Dopo alcuni giorni di riflessione Luca accettò la proposta di buon grado ed io iniziai ad insegnargli tutti i segreti del ruolo. Ho cercato di farlo innamorare del nuovo ruolo, fornendogli le basi specifiche per diventare un estremo difensore moderno. Lavorare con lui era bello, mi è sempre sembrato un bravo ragazzo, educato con i tecnici come con i compagni, sempre pronto a recepire gli input che riceveva dallo staff e da me in prima persona.
Il direttore sportivo Corvino, all'epoca alla Fiorentina, lo corteggiò e fu bravo a portarlo a Firenze, dove tutt'ora risiede.

Bardi, Leali, Perin e Scuffett sono solo alcuni illustri predecessori di Luca. Lezzerini ha i numeri per ricalcare le loro orme? 
I numeri ci sono, inutile nasconderlo. Per crescere, come portiere e come sportivo, occorre giocare. Allenarsi con un grande portiere può essere gratificante e stimolante, ma il solo impiego in settimana non basta a rendere completo un giocatore.
Per diventare un professionista occorre giocare, qualora non trovasse spazio nella Fiorentina gli consiglierei di provare l'avventura in cadetteria o lega pro. Farsi le ossa, come alcuni dei colleghi sopra citati, potrebbe risultare determinante per trovare una maglia in massima serie.

La scuola dei portieri italiani è, a mio avviso, la migliore del mondo. Da uomo di calcio, quale pensa possano esserme i segreti? 
La scuola italiana per quanto mi riguarda è una delle migliori al mondo. Per stare al passo coi tempi credo si debba lavorare maggiormente sulla tecnica podalica, un pochino tralasciata rispetto alla classica preparazione fra i pali. L'estremo difensore è ormai un difensore a tutti gli effetti, a cui è chiesto di sapere uscire con i piedi ed impostare l'azione. A ben vedere può diventare il primo attaccante e con i suoi lanci può creare anche occasioni da rete. Non è insolito vedere un assist del portiere, oggi giorno.

Quali sono i ragazzi da tenere d'occhio? 
Innanzitutto ci terrei a sottolineare un aspetto fondamentale: esistono due tipi di portiere, parlo di portieri in settori professionistici. Il primo è eccellente in allenamento e in partitella, ma poi in partita non è all'altezza; il secondo è invece concreto, tenace, concenctrato, cattivo (nel senso buono del termine) ma non cerca di mettersi in mostra. Ecco, è questo il portiere che ti fa vincere le partite.
Sui talenti futuri, posso fare un paio di nomi dopo averli allenati in prima persona. Si tratta di Luca Borelli (classe 1998) e Federico Rausa (1999), entrambi molto dotati fisicamente e concentrati sul loro lavoro. Se dovessi scommettere, loro due hanno le carte in regola per diventare dei professionisti.

15 dicembre 2014

Storie di calcio: il trionfale ritorno del Principe

Ci sono giocatori che ottengono fama e successo fin dai primi vagiti sportivi. Penso a Cassano e Balotelli, cristallini talenti mai del tutto esplosi che hanno indossato alcune fra le maglie più prestigiose del mondo.
Ci sono poi campioni assoluti, fuoriclasse, che invece faticano ad emergere, poco spinti da stampa e procuratori o semplicemente sottovalutati dagli osservatori di tutto il mondo. Uno di questi è senza ombra di dubbio Diego Milito, centravanti argentino dallo straordinario talento e dall'innato fiuto del goal. Eppure, nonostante numeri da fuoriclasse, atteggiamento da professionista e carattere da leader, Diego Milito raggiunge l'apice della carriera a 30 anni, troppo tardi per il meraviglioso giocatore che è stato.

Nato a Bernal, Diego è il più vecchio di due fratelli che hanno nel pallone il proprio destino. Nonostante fra Gabriel e Diego ci sia un solo anno di differenza, i due abbracciano scuole calcio diverse. Gabriel, detto Gabi, si lega all'Independiente, uno dei tre club più importanti e blasonati dell'intera Argentina. Diego, invece, si affida alle cure del Racing Club di Avellaneda, squadra con un glorioso passato ma in difficoltà nella seconda metà degli anni '90.
Fra i due è chiaro che Diego è quello "con i piedi buoni", eppure gli osservatori di tutto il mondo mettono gli occhi su Gabriel, che si guadagna ben presto il soprannome "El Mariscal", per il suo gioco fisico, maschio, rude. Ma in famiglia il fuoriclasse è il primogenito, che non a caso viene soprannominato "El Principe", un po' per la sua somiglianza a Enzo Francescoli, un po' per il suo modo di accarezzare il pallone. Ma evidentemente il successo non è nel suo destino, almeno per ora. Mentre Gabi diventa una colonna della Nazionale e va a giocare nella Liga spagnola, Diego resta fermo al palo.

La prima chiamata europea arriva tardi, nel 2004. A far suonare il telefono di casa Milito è il presidente del Genoa Preziosi, che decide di investire su di lui per riportare il grifone in Serie A. Milito accetta di buon grado la cadetteria e risponde presente a suon di gol, realizzandone 33 in 59 presenze e contribuendo in maniera decisiva al ritorno del Genoa nel grande calcio. In estate, il dramma. Il Genoa viene squalificato per illecito, e retrocesso in Serie C. Milito non si può permettere a 26 anni di ripartire da così indietro e decide di andarsene. Inspiegabilmente dalla Serie A nessuna offerta, ed ecco la chiamata del Real Saragozza di suo fratello Gabriel. I due, che mai fino a quel momento avevano giocato insieme, fanno le fortune della squadra aragonese, portandola al sesto posto. Gabriel è un muro in difesa, ma ancora una volta il leader è Diego. Con giocate incredibili e goal a raffica s'impone come uno dei bomber più prolifici d'Europa. A quasi 30 anni ha ormai raggiunto una maturità calcistica totale, che gli permette di essere decisivo sempre e comunque.
Nel 2008, dopo la pazzesca retrocessione del Real Saragozza (nonostante 15 reti del solito Diego Milito), il centravanti argentino cambia aria. La miopia, stavolta, è degli iberici che se lo lasciano scappare. Ad approfittarne è ancora una volta il Genoa di Preziosi, tornato in massima serie dopo l'inferno delle categorie minori.

L'impatto di Milito con la Serie A è come quello di un jet con il muro del suono. Diego Milito è un giocatore completo, che segna e fa segnare, ma che soprattutto rende una squadra di medio livello una seria candidata alle posizioni di vertice. Le giocate di Milito passano inosservate ai più, ma non ai vigili occhi di Josè Mourinho, non a caso soprannominato "Special One". Il sodalizio fra l'Inter e Milito si rivela strabiliante. Raccogliere l'eredità di Zlatan Ibrahimovic sarebbe stata dura per qualsiasi campione, rendere il centravanti svedese un pallido ricordo è impresa per un solo fuoriclasse. 
In coppia con Eto'o, reduce dai successi agrodolci in terra catalana, trascina l'Inter sul tetto d'Europa dopo svariati decenni, dimostrando ancora una volta che i campioni, nel calcio, non sono quelli con il cognome o il pedigree, ma quelli che in campo fanno la differenza. E allora c'è da chiedersi, com'è possibile che un campionissimo del calibro di Diego Milito sia giunto al suo culmine solo a 30 anni? Francamente non me lo spiego, se non pensando che tanti dirigenti del nostro calcio non sanno fare il proprio lavoro, o antepongono gli interessi economici a quelli del campo.

In estate, dopo un triste ed arido saluto alla sua Inter, Diego Milito torna a vestire la maglia del Racing, squadra che lo ha lanciato nel calcio che conta. Le ginocchia non sono più quelle di un tempo, la corsa non è fluida e i muscoli non rispondono ad ogni sollecitazione. Ma c'è qualcosa che non si perde, ed è l'essere un leader. Dentro e fuori dal campo. Milito si dimostra un vero capitano e guida i suoi compagni, non di certo una rosa di fenomeni, a giocare con il cuore e con la testa, dando l'anima in campo.
E dopo 13 anni ecco tornare ad Avellaneda il titolo, soffiato al più quotato River Plate dopo un inseguimento durato mesi. La classica fiaba a lieto fine, una di quelle storie di cui il calcio moderno ha davvero bisogno. 

11 dicembre 2014

Nè investimenti nè bilanci. E' l'icompetenza il problema del nostro calcio

La fine del Group Stage di Champions League è un momento di riflessioni e valutazioni. Volenti o nolenti è un primo spartiacque stagionale, specie per big europee che hanno il dovere di provare a vincere il più ambito e fascinoso torneo continentale.
Come spesso capita da qualche stagione a questa parte, il bilancio per noi italiani è agrodolce, ma ci sono motivi per sorridere, a seconda che si voglia vedere il bicchiere mezzo pieno o meno. Io sono una persona positiva per natura, e penso che dopo il fallimento del Napoli ai Play-off le nostre squadre ci abbiano dato di che sorridere, nonostante rimanga solo la Juventus nel massimo torneo continentale. Certo, sarebbe sciocco dire che il nostro calcio è tornato ai fasti di alcuni anni fa, ma credo che per quello ci vada molto tempo. Servono pazienza e programmazione, togliamoci dalla testa che il problema siano i soldi, i fatturati e i bilanci. Sono solo puerili scuse dietro cui i dirigenti sportivi provano a nascondere i propri fallimenti, che magari tali non sono. Perdere fa parte del gioco, a volte occorre semplicemente accettare che l'avversario sia stato più bravo o che sfortuna e circostanze avverse hanno posto fine all'esperienza in quella competizione.
Pazienza e programmazione, si diceva, ma anche tanta competenza. Se è vero che viene dato poco spazio agli italiani, fin dai settori giovanili, è altrettanto vero che non siamo più così bravi ad acquistare all'estero. Anni fa riuscivamo a portare nel Bel Paese giovani talenti, che nel nostro calcio si affermavano come vere stelle del firmamento mondiale. Fare il nome di Ronaldo, acquistato dall'Inter a fine anni '90, sarebbe fuorviante. E allora vi dico Batistuta, Amoroso, Veron, Bierhoff, Thuram e Trezeguet. E ancora, Crespo, Shevchenko, Mutu, Claudio Lopez, Javier Zanetti, Cordoba, Samuel, Salas, Adriano e Kaka. Molti di questi pagati poco o molto poco, valorizzati e amati per anni negli stadi dello stivale.

Dire che il nostro sistema calcio è morto, che siamo l'anello debole dell'Europa è qualunquistico. Sì, è vero, abbiamo dei problemi. In primis non sforniamo più talenti a raffica, come accadeva solo una decina di anni fa. A fine anni '90 avevamo l'imbarazzo della scelta in tutti i ruoli, faticavano a trovare posto giocatori che oggi sarebbero delle colonne in azzurro. Penso a Montella, Roberto Baggio, Chiesa e Signori davanti, Panucci e Materazzi in difesa, Di Matteo, Tommasi e Dino Baggio in mezzo. I nostri talenti si mischiavano a giovani stranieri dalla classe cristallina, che quando rivendevamo finanziavano il nostro mercato calciatori, favorendo l'approdo di calciatori affermati ed altri giovani campioni.
Oggi, invece, le squadre tendono a investire poco e male. Reduci dai bagordi di metà anni duemila, le grandi italiane hanno provato a risanare i bilanci. Non comprare non si è rivelata la soluzione, poichè il grosso dei club si è trovato schiacciato dai debiti in cui essi stessi si erano infilati, favorendo la proliferazione di pesantissimi contratti pluriennali. E' solo nelle ultime due stagioni che si è ricominciato a investire, ma lo si è fatto male ed il trend sembra lontano dall'essere invertito.
Numeri alla mano, le nostre squadre spendono e non poco. La Roma, solo quest'anno, ha investito per più di 58 milioni di euro, a fronte di un ricavo di 34. La Juventus ne ha spesi 36 abbondanti con un ritorno di 27 scarsi, il Napoli quasi 22 con un rientro di 16. Le milanesi, che gioco forza son quelle che hanno subito di più il colpo, hanno speso più di 12 milioni di euro. L'anno precedente le cifre sono ancora più inquietanti. Il Napoli ha speso più di 100 milioni di euro, ricavandone 73; la Roma 75 con un ottimo ritorno di 118. La Juventus 34 a fronte di un 48 milioni di ricavo, mentre le milanesi avevano ancora sperperato. Quasi 60 milioni sul mercato spesi dai nerazzurri, a fronte di un ricavo minimo di 9; 35 milioni per il Diavolo, che aveva venduto per 17.

Insomma, non è un problema di quantità negli investimenti, ma di qualità. Sono pochissimi i giocatori forti e giovani che sono stati acquistati dall'estero, ancor meno quelli a buon mercato. Pogba è una sorta di totem, tutti gli altri acquisti sono folli, tanto dall'estero quanto nel mercato interno. Alcuni esempi: 11 milioni di euro per la comproprietà di Giovinco, 30 per Iturbe (girati al Porto, non al Verona), 20 per Hernanes, 6 (più il cartellino di Cassano) per la comproprietà di Belfodil, 5 per Rafael Cabral e 20 per Balotelli. 
Ecco spiegati i problemi del nostro calcio e dei nostri dirigenti sportivi. Le stesse somme si sarebbero potute investire per acquistare talenti, veri, dall'estero. Penso a ragazzi come Emre Can, Depay, Digne, Draxler, Meyer, Halilovic, Munain, Ocampos, Vilhena, Oliver Torres, Yesil. Ragazzi su cui investire nel tempo, accanto ad alcuni dei nostri talenti, perchè ne abbiamo. I vari Barba, Improta, Verre e Bernardeschi meritano un'occasione, e quando son stati chiamati in causa hanno sempre risposto presente. Berardi, Zaza, Rugani, Crisetig e Belotti stanno conquistando posti di rilievo, e solo alcuni di loro sono in orbita di un grande club, che ad oggi non ha comunque puntato forte su di loro. O cambiamo mentalità o continueremo a raccontarci favole e favolette su quanto i problemi siano economici. 
Crisi è una parola che in Italia piace tanto, prima smettiamo di usarla prima ne usciremo. 

5 dicembre 2014

Storie di calcio: El Panteron, Marcelo Zalayeta

Il calcio è fatto di campioni, stelle. Sono loro che vengono acclamati, che passano alla storia, ma nella mente dei tifosi più caldi è difficile cancellare anche alcuni gregari. Nel mio caso, ad esempio, penso ad un ragazzone uruguagio, arrivato a Torino in punta di piedi e che per poco non scriveva una pagina indelebile della storia juventina. Sto parlando ovviamente di Marcelo Zalayeta, "El Panteron".

Cresciuto calcisticamente nel Danubio, squadra della sua natia Montevideo, Zalayeta brucia tutte le tappe. Appena maggiorenne il suo fisico possente lo porta alla ribalta, conquistandosi la maglia da titolare a suon di reti. Nel 1996, dopo 12 reti nella sua stagione d'esordio, il passaggio agli odiati rivali del Penarol, squadra natale di un altro grande idolo della mia infanzia, Paolo Montero. Con la casacca giallo-nera conferma le sue qualità, conquistandosi la Nazionale maggiore a 19 anni.
La vetrina che lo porta alla ribalta, però, è il Mondiale Under20, dove strega gli osservatori della Juventus. I torinesi bruciano quindi la concorrenza e portano l'attaccante sudamericano alla corte di Lippi, dove lo spazio è inevitabilmente chiuso dal trio Zidane, Inzaghi, Del Piero. Marcello Lippi scruta attentamente il panzer di Montevideo in allenamento, dandogli fiducia nei minuti finali della partita casalinga contro il Napoli. Pronti-via, Zalayeta timbra subito il cartellino e festeggia a fine anno un meritato tricolore.
Vista la giovane età, Zalayeta viene parcheggiato ad Empoli, alla corte dell'attuale osservatore juventino Mauro Sandreani. Qui vive una stagione buia, con pochi gol e scarse opportunità, chiuso (inspiegabilmente) da Carparelli, Martusciello e Di Napoli, non proprio tre campionissimi.
E allora ecco per Marcelo l'occasione in terra spagnola, al Sevilla. In Andalusia sente aria di casa e la fiducia del tecnico, realizzando le 10 reti più importanti della carriera, quelle che lo riportano all'ombra della Mole.

La sua seconda, e non ultima, parentesi bianconera è ancora una volta chiaro-scura, ma ricca di colpi di scena. Se la continuità d'impiego non è garantita, Zalayeta decide di far breccia nel cuore del tifo zebrato con due marcature storiche. Marcelo è l'uomo dell'ultimo secondo, quello che ti risolve le partite. E così sceglie il palcoscenico della Champions League per firmare i propri acuti. Dapprima in quel del Camp Nou, a Barcellona. Nei supplementari di una partita tesissima graffia i blaugrana con una zampata su cross di Birindelli, spianando la strada della finale alla Juventus. Capitolo triste questo, che vede il panzer uruguayano fra i protagonisti dei rigori sbagliati contro il Milan di Ancelotti, Dida e Shevchenko, fenomeno ucraino autore della segnatura decisiva.



Il secondo acuto lo piazza invece un paio di stagioni dopo, nella splendida cornice del Delle Alpi. Agli ordini di Capello, infatti, Zalayeta segna il gol decisivo contro il Real Madrid degli ormai ex-Galcticos, portando gli undici del tecnico friulano al turno successivo.
E' proprio il tecnico di Pieris che consiglia Zalayeta al Napoli ed il Napoli a Marcelo, dando vita ad una nuova storia d'amore all'indomani del ritorno in A dei bianconeri. Ma ormai i graffi della pantera sembrano tenere carezze per il calcio europeo, e dopo un biennio napoletano e una piccola parentesi bolognese, Zalayeta decide di tornare a casa. Lo fa rivestendo la maglia del Penarol, squadra con cui sembra destinato a chiudere la sua carriera di centravanti. Non certo una carriera da campione, ma per sempre nella mente e nei ricordi di chi ha vissuto le emozioni che El Panteron ha saputo regalare.

1 dicembre 2014

Storie di calcio: la dinastia dei Maldini, fra passato e futuro

Ci sono amori che non finiscono, nonostante difficoltà e incomprensioni. Il rapporto fra i Maldini ed il Milan è uno di questi. Il tutto ha inizio a metà anni '50, quando l'Italia cerca di rialzarsi dalla rovina della seconda guerra mondiale ed il calcio è lo svago della domenica.
Il primo della dinastia è un giovane ragazzo friulano, dai capelli neri e un'invidiabile serietà. Si chiama Cesare, è cresciuto nella Triestina e decide di fare la storia del Diavolo. Difensore tignoso e serio, Cesare Maldini si guadagna il rispetto dei tifosi e della società con le sue giocate, i suoi successi. Gli scudetti si ripetono copiosi, ma l'alloro più grande è la Coppa dei Campioni, alzata sotto il cielo di Wembley nel 1963, sconfiggendo il Benfica dell'immeso Eusebio. 
Impossibile eguagliarlo, inimmaginabile superarlo. Quando Paolo Maldini, il figlio, si affaccia sulla scena del calcio professionistico nessuno pensa che possa fare il percorso del padre, figuriamoci migliorarlo. E invece questo ragazzo dalla folta chioma nera e gli occhi azzurro cielo diventa un campione. Per anni è il simbolo del Milan e del calcio italiano, rappresenta l'élite della difesa. Come terzino sinistro prima e centrale poi si conquista la stima e il rispetto di tutti: tifosi, avversari, colleghi. Per quasi vent'anni è il simbolo del grande Milan, guidato ad inimmaginabili trionfi.

L'arrivederci o l'addio al Milan è stato brutto, triste. Ma il rapporto d'amore fra il Milan e i Maldini non è terminato, nonostante la tristezza e l'amarezza di quell'ultimo giorno a San Siro. E allora ecco affacciarsi sulla scena calcistica un altro difensore, Christian Maldini. Classe 1996, ha vissuto un esordio da predestinato in Primavera, trovando la rete dopo soli sessanta secondi dall'esordio in campo.
Per conoscerlo meglio ho intervistato l'amico ed ex collega Luca Brivio, giornalista con un'esperienza alla corte dell'Udinese ed uno degli autori de La Giovane Italia, interessante libro/almanacco in uscita in questi giorni.

Maldini, un cognome pesantissimo nel calcio e nel Milan. Come definirsi il giovane Christian? 
Christian Maldini è un difensore, di buona struttura fisica, classe 1996. Bisogna subito uscire dalle banalità: a meno di miracoli quando sei figlio di uno dei migliori giocatori della storia del calcio difficilmente puoi ambire a eguagliare il tuo modello. E hai tutto contro, perchè il peso del cognome è inevitabile. Il primo gol in Primavera dopo 1 minuto della partita di debutto è certamente una bella coincidenza ma bisogna - se si vuole lasciare delle possibilità di considerazione accettabili e non ambigue o fuorvianti - porre al primo posto proprio questo criterio. Ok, è il figlio di Maldini. Ma non bisogna aspettarsi un nuovo Paolo. Anche perchè, concludendo con il lato tecnico e di valutazione del ragazzo, non è mai stato un punto fermo o il fenomeno delle squadre in cui ha giocato nelle giovanili, ma uno dei tanti ragazzini che cercano di crescere e migliorare (subendo peraltro qualche infortunio di troppo, compreso quello che l'ha costretto a uscire ieri alla mezz'ora).


Con un padre cosi, quanto e che tipo di peso si ha nello spogliatoio?
Il peso nello spogliatoio credo sarebbe pari a tutti gli altri, anzi il cognome porta solo pressione in più, complicando un eventuale adattamento in caso di promozione in prima squadra. Piuttosto il tema potrebbe essere quello del ruolo di Paolo, che entrerebbe in scena solo in caso di addio di Galliani, visti i rapporti notoriamente non da buoni e vecchi amici. In ogni caso proprio per i discorsi su pressione e aspettative da "figlio di", credo che solo un fenomeno potrebbe riuscire a isolarsi da tutto e crearsi uno spazio al Milan, considerando tutto quanto detto finora.

Ecco, i rapporti tesi fra Paolo, la società e i tifosi influiranno sulla sua crescita e la sua carriera?
Per questo credo che, al netto di un percorso giovanile che finirà inevitabilmente al termine di quest'anno o al più tardi nella prossima stagione, per Christian l'inizio di carriera - ripeto qualora riuscisse a fare il passo, che non è per tutti - ad alti livelli, sarà probabilmente lontano da Milano e dal rossonero. 

Lasciamo crescere il ragazzo tranquillo, senza aspettative nè pressioni. Il calcio, in fondo, è un gioco. Business e quant'altro vengono dopo, pochi lo pensano, ma chi per chi ama lo sport dev'essere così. 

28 novembre 2014

El Dies, Diego Armando Maradona

Inizia oggi una nuova collaborazione con un interessante e dinamica testata, lordofsports.it
Il portale, bello graficamente oltre che nei contenuti, vi guiderà nel mondo del calcio e dello sport in generale, grande vera passione degli italiani.
Per iniziare ecco a voi un'interessante retrospettiva su Diego Armando Maradona, classe e follia, genio e sregolatezza.

Siamo a Lanus ed è il 30 ottobre 1960, in una casa delle favelas argentine nasce un bambino, che viene chiamato Diego Armando Maradona. Diego è il terzo di sette fratelli di una famiglia povera, nell'Argentina degli anni '60, dove in pratica una persona che se vive o muore se ne accorgono solo i suoi genitori. Diego tra l’altro non è uno spavaldo, anzi è un ragazzo timido che le sue poche amicizie se le tiene strette. L'Argentina non è uno di quei paesi che viene nominato se si parla di politica o economia, ma bensì quando si parla di calcio. Ci sono paesi come il Brasile dove il calcio è tutto, non pensate che in Argentina sia diverso. E ogni giorno a Lanus, Diego quando finiva di lavorare, eh già lavorava, giocava a calcio con i suoi amici. Se state pensando a dei bambini al parchetto, vi sbagliate, Diego e compagni giocano in uno sterrato, che quando piove diventa fango e basta, in 25 contro 25. Di questi 50 bambini Diego è sicuramente il più forte, uno dei più strani per carità ma il più forte. Un giorno un amico di Diego viene preso all'Argentinos Juniors, squadra di calcio abbastanza nota, lui propone Diego e dopo qualche imbroglio Diego viene preso. Il più simpatico d questi imbrogli è il medesimo. Diego era alto come un normale bambino ma non aveva documenti, quindi quelli del club pensavano che fosse un nano (cosa abbastanza comune ai tempi in Argentina). Il bello è che Diego non è il migliore solo tra i compagni a Lanus, è il migliore anche nei campionati giovanili di tutta Argentina. Infatti l’allenatore dell’Argentinos Juniors, considerato il miglior allenatore giovanile di tutti i tempi, lo valorizza e lo rende un giocatore sempre più completo. Lui, insieme alla sua squadra soprannominata "Cebolles" vince tutto. Finché un giorno, per somma gioia del padre, Diego viene acquistato dal Boca Juniors. E qui che si inizia a capire cosa sarebbe potuto diventare, essere preso da minorenne al Boca significava non essere solo dei talenti. Nella trattativa il Boca ha dovuto spendere 2 milioni e cedere 4 giocatori. Tutta l’Argentina da questo momento della sua carriera capiva il suo ruolo, il classico numero 10. Piede magico, preferito il mancino. Sapeva mettere la palla giusta, al momento giusto, nel posto giusto. Tantissimi gli assist, come i gol. Quando c’era da decidere qualcosa, era il primo sulla lista per farlo. Qui si capiva che sarebbe potuto diventare uno dei migliori.

Nel frattempo Diego aveva mancato la convocazione ai mondiali del '78, e quindi voleva già rifarsi. Anche i tifosi erano straniti dalla mancata convocazione, nonostante avesse solo 17 anni. L'avventura al Boca dura poco, perché viene subito dal Barcellona. Arrivo al Barca per un miliardo e duecento mila peseta spagnole. A causa di un’epatite virale l’inizio coi blaugrana è stato tutt’altro che semplice. Comunque in 3 anni non è mai riuscito ad esprimersi e non ha vinto nulla. Gioca i mondiali dell'82, che vanno male ma già fa capire cosa può fare. Diego al Barca è già un fenomeno ma è quando si trasferisce a Napoli che avviene la consacrazione, lì diventa El Pibe De Oro che noi conosciamo a tutti. Qui dopo le prime 2 stagioni ha vinto il suo primo scudetto, nella stagione seguente rischia il triplete vincendo lo scudetto, la Coppa Uefa e arrivando in finale di Coppa Italia. Vince il mondiale del '86, dove ha dato spettacolo soprattutto nella partita con l’Inghilterra, dove segna un gol stupendo in serpentina e la famosa Mano de Dios. Arriva secondo a Italia '90, dove in semifinale con l’Italia viene accolto dal San Paolo come un eroe, dividendo il pubblico. Ma poi arriva USA '94. Maradona è positivo all'antidoping, più tardi dichiarerà: "Mi hanno tagliato le gambe." Questa suo essere tagliato fuori sarà grave per la sua nazionale che nasceva e moriva con Diego. Il mondiale l’ha terminato nel peggiore dei modi, da semplice telecronista. Il resto è storia, la scoperta delle droghe assunte da Diego nel corso della carriera, i tradimenti alla moglie ecc... Infatti uno dei tanti problemi riscossi nell’avventura del Barcellona era stato l’avvicinarsi alla cocaina e alla droga in generale.
Ma non ne parlo neanche perché si sa quando qualcuno fa cose splendide, si cercano solo le cose negative. Vedere Maradona col pallone tra i piedi era una gioia e a chi ama il calcio deve importare solo questo. Era un personaggio controverso, il migliore e il peggiore allo stesso tempo. Protagonista e antagonista, era calciatore, era un genio, ma era un uomo e come tutti gli uomini non ha nulla di perfetto.

Il signore dello sport

18 novembre 2014

Italia-Croazia e l'ennesimo spettacolo della giustizia all'italiana

In questo paese manca una profonda e radicata cultura sociale e sportiva. Lo si capisce fin dalle prime pagine dei giornali, in cui gli ultras croati vengono dipinti come il demonio. Lungi da me difenderli o giustificarli, ma quanto accaduto l'altra sera a San Siro è frutto di errori macroscopici, non ascrivibili alla sola milizia ultras di Zagabria.
Se infatti è inammissibile che delinquenti e mezze tacche siano prestati al mondo del tifo, inquinando quello che è uno sport meraviglioso, è altrettanto vero che esiste un servizio di sicurezza che non funziona. La Lega, da tempo, sventola la necessità che i club si paghino il servizio d'ordine. Giustissimo, perchè noi cittadini dovremmo rimetterci, pagando poliziotti che prestano servizio d'ordine in uno stadio? Ebbene, a Milano non giocava nessun club. Giocava la Nazionale italiana, e la Lega aveva il sacrosanto dovere di fare andare tutto per il meglio, in campo e sugli spalti; prima, durante e dopo il match.
E invece abbiamo assistito al solito scempio, con pochi "tifosi" che diventano padroni dello spettacolo, mettono in scacco sessantamila persone per bene e costringono l'arbitro a sospendere il match. Questo non è calcio, e questa partita andava sospesa. Magari con una sconfitta a tavolino per entrambe le squadre.
Se da un lato è vero che a macchiarsi del fatto sono stati i nostri avversari, noi gli abbiamo permesso di farlo. Le cariche della polizia in curva, ennesima testimonianza di un servizio di prevenzione inesistente, sono valse a ricordare quanto la violenza permei il nostro sistema di sicurezza. La paura, lo sgomento, quella sensazione di insicurezza perenne, avevano già permeato le brave persone di San Siro, che hanno lasciato la stadio in barba al fatto di aver speso soldi per il biglietto.

Ma com'è possibile, mi chiedo, che quando vado allo stadio vengo rivoltato come un calzino, e poi entrano razzi, bottiglie, bombe carta e petardi? Semplice e pura connivenza. Oggi si scrive da più parti che c'erano stati zelanti controlli a Trieste. Non mi pare affatto un deterrente. Ai tornelli, poi, le tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo. E non mi riferisco solo alle perquisizioni mancate o non fatte nel settore ospite, ma a tutto ciò che entra nello stadio. Non è da escludersi che i croati, supportati dai sempre preparati ultras nostrani, non abbiano trovato in loco tutta l'attrezzatura. Ebbene, credo che la responsabilità sia ancora una volta della Lega. Avrebbe dovuto vigilare sul servizio d'ordine, impedire che tutto questo accadesse.
Francamente, dopo aver sentito i vari Tavecchio e Malagò parlare, non potevamo aspettarci altro. Quest'ultimo è riuscito a riferirsi al presidente della federcalcio croata come "Dario Suker". Ecco, peccato che il signore in questione sia un certo Davor Suker, campionissimo in campo e realmente imbarazzato per quanto accaduto. Così come i suoi giocatori, che hanno definito questi militanti come "delinquenti e non tifosi".
George Bernard Shaw diceva: "La giustizia è sempre giustizia, anche se è fatta sempre in ritardo e, alla fine, è fatta solo per sbaglio". Spero davvero che non avesse ragione.

17 novembre 2014

Storie di calcio: Danny Ings e il calcio che vorrei

Cari lettori ed appassionati del blog, devo dirvi che per me questo periodo è stato calcisticamente travagliato: devo ammettere che la passione che mi ha sempre contraddistinto è andata lentamente scemando.
Campionato "spezzatino", coppe, coppette e coppettine. Partite ogni giorno della settimana. Un tasso tecnico mediocre e un mondiale che non si farà ricordare per gesti tecnici o nuove alchimie tattiche. Osservi il calcio del nostro bel Paese e gli unici sussulti sono gli Opti Pobà, la dotazione delle bombolette spray per gli arbitri, la nomina di un commissario tecnico messo a libro paga dallo sponsor, un campionato che sta dimostrando un equilibrio decisamente direzionato verso il basso: per conferme chiedete pure alle nostre avversarie europee in Champions. Viviamo in un contesto talmente mediocre dove ci si entusiasma per l'atterraggio di tale Massimo Ferrero, detto "er viperetta": per me, tifoso blucerchiato, è stato l'ennesimo colpo basso. Forse quello di grazia.

In questo momento seguo il calcio con un distacco quasi nauseabondo, causato da creste e scarpe fluorescenti scorrazzanti per il campo guidate da catenacciari seduti su una panchina, che si esibiscono in stadi fatiscenti dove quei pochi che vi si presentano lo fanno per insultare le origini e la razza del proprio avversario e non per sostenere il proprio club, dove l'arbitro della finale mondiale impiega tre minuti per decidere se concedere o meno un calcio di rigore, dove pennivendoli, opinionisti e telecronisti ricercano uno spunto di discussione dal nulla più totale, il tutto trasmesso da delle pay tv che si inventano nuove inquadrature stile "slow motion" per sopperire alla mancanza di gesti tecnici e giustificare dei canoni mensili da usura legalizzata. Provi a cercare una speranza altrove, magari dalle serie minori, e le uniche notizie che trovi riguardano nuovi sospetti di combine, aggressioni ad arbitri minorenni e i soliti tafferugli causati dal cosiddetto "pubblico pagante".

Non sono uno che si arrende facilmente, ma in momenti come questi si ha bisogno di un qualcosa, un qualcuno che possa riaccendere la speranza nello sport che ami. Personalmente l'ho trovata oltre lo Stretto della Manica, dalla madre del football: si chiama Daniel William John Ings, detto Danny, attaccante del Burnley. Nato a Winchester il 23 luglio del 1992, finora può vantare una carriera spesa tra Bournemouth, Dorchester Town e dal 2011 con il passaggio ai "Clarets". Una carriera quasi trascurabile verrebbe da dire, nonostante cinque presenze e due gol nella Under 21 albionica. Quindi, perchè riporre le mie speranze in Ings? Cos'ha di tanto speciale da potermi indurre a concedere un'ultima possibilità al calcio professionistico?

Ebbene, ho deciso di riporre le mie speranze in questo ventiduenne con il dieci sulle spalle e la fascia di capitano al braccio, trovatemene uno in Italia, perchè ogni volta che scende in campo è capace di rendersi protagonista, sia in campo che fuori. Un protagonista positivo. Con le sue prestazioni è riuscito a far ottenere al Burnley l'agognato ritorno in Premier League dopo ben quattro anni di assenza nonostante una concorrenza agguerritissima. Danny non è un top scorer con una media gol vertiginosa, ma un trascinatore tutto cuore e tecnica al servizio del collettivo. Insomma, il capitano che tutti vorremmo avere. Però le poche marcature che riesce a realizzare non sono mai banali, così come il loro festeggiamento. Ormai siamo abituati a capriole, balletti, mosse inconsulte: sappiate che Ings non è uno che festeggia così dopo un gol. Ings è uno che dopo ogni rete va a salutare un bimbo su una sedia a rotelle che assiste a tutte le partite casalinghe dei "Clarets" sul bordo del campo del Turf Moor. A volte lo bacia sul capo, a volte lo abbraccia, a volte lo indica per dedicargli la marcatura. Ma ci sono delle occasioni che vanno ricordate e festeggiate nel migliore dei modi. E' il 21 Aprile del 2014: nell'ultima partita della stagione contro il Wigan, al triplice fischio finale i tifosi del Burnley hanno immediatamente invaso il campo per l'entusiasmo dovuto alla promozione in Premier League. A questo punto il nostro capitano Danny Ings, con le lacrime agli occhi, ha cercato e ha trovato questo bimbo, anch'egli in lacrime. Si sono abbracciati, più forte che mai. Una immagine che ti tocca dentro, nel profondo. Ed ogni volta che la vedo so che in Inghilterra c'è un bambino portatore di handicap che ha festeggiato ancora una volta insieme al suo capitano un momento di gioia della propria squadra del cuore.

Bene, Signori: qui ritrovo la speranza. Perchè per me il calcio è questo. E' quel momento di sana competizione sportiva dove ci si affronta, confronta e comporta da Uomini, quelli con la U maiuscola. E' quel momento in cui dove non ci si comporta da rockstar ma dove si mostrano i veri valori, quelli fondamentali per ogni essere umano prima e per ogni sportivo poi. Per me il calcio in questo momento è Danny Ings, un calciatore che ogni maledetta domenica riesce a giocare e vincere la partita più importante: quella di rendere il mondo del calcio un posto migliore grazie a dei piccoli grandi gesti.
Perchè come diceva Nereo Rocco "quello che fai sul campo è quello che sei: in pochi minuti di gioco puoi dimostrare la tua vera natura". Ma a uno come Danny serve molto meno: gli basta un minuto di gioia.

14 ottobre 2014

Saranno campioni, Lisandro Magallan

Durante il Mondiale brasiliano si sono spesi fiumi di parole per Balanta, forte centrale colombiano in forza al River Plate. Dopo un serrato corteggiamento da parte delle grandi d'Italia, Balanta sembrava ad un passo dalla Sampdoria. Il trasferimento al club del neo-presidente Ferrero è saltato ad un nonnulla dalla conclusione, così Balanta è rimasto nelle fila del River, dove sta incontrando più difficoltà del previsto.
Ad emergere, nelle rocciose difese argentine, è un altro classe '93, in forza al Boca Juniors. Il suo nome è Lisandro Magallan, meglio conosciuto in patria come "il nuovo Samuel", credenziali niente male per un giovane.




Per conoscerlo meglio ne ho parlato con un esperto del campionato argentino, l'amico e agente FIFA Gianfranco Cicchetti: "Lisandro Magallan è uno dei giovani emergenti del calcio argentino. Classe '93, è un centrale difensivo del Boca Juniors, eroe degli 'Xeneizes' nell'ultimo Superclasico con il River Plate con il gol che è valso il momentaneo 1-0 (il match è poi finito 1-1). Naz. U20 albiceleste, è un giovane estremamente interessante che si è guadagnato i galloni da titolare nell'ultimo campionato nella squadra del neo tecnico Arruabarrena. E' alla sua seconda stagione al Boca, che nel 2012 lo prelevò dal Gimnasia La Plata, club nel quale è anche cresciuto calcisticamente. Dopo una stagione in panchina con Carlos Bianchi, è andato a fare esperienza nel Rosario Central, dove ha giocare con maggiore continuità. Il ritorno alla 'Bombonera' gli ha fatto bene ed ha permesso al Boca Jrs di mettere in mostra un talento destinato al trasferimento in Europa. Piace a diversi club spagnoli e italiani, tra cui Juventus, Roma e Udinese. E' un centrale arcigno e veloce, i suoi 181 cm non gli impediscono di essere molto abile sulle palle alte, sia in fase difensiva che in quella offensiva, in particolar modo sulle palle inattive. Da molti addetti ai lavori è stato ribattezzato 'il nuovo Samuel', rispetto al quale ha in comune la provenienza e le caratteristiche fisiche ma non il piede mancino. In prospettiva può diventare un difensore importante, al momento è un centrale estremamente interessante al quale però necessiterebbe un trasferimento 'soft' in un club europeo di medio livello per gradualizzarne la crescita. E' extracomunitario e al momento ha una valutazione di mercato abbordabile che ne consiglierebbe un investimento immediato".
Se son rose fioriranno...

8 ottobre 2014

Storie di calcio: Graziano Pellè, the italian goal machine

"Se è passato tanto tempo dalla mia ultima convocazione in Nazionale, è stata soltanto colpa mia. Sono arrivato adesso alla maturità totale, fisica e mentale. Ho dovuto fare un giro largo ma meglio esserci comunque arrivato. Dunque meglio tardi che mai".
Le parole di Graziano Pellè, pronunciate ieri a Coverciano, tradiscono un filo di emozione. E' normale sia così, la Nazionale è il punto d'arrivo per qualsiasi calciatore, figuriamoci per chi, come lui, ha passato anni in provincia ed è dovuto emigrare per trovare posto.
Leccese di nascita e di scuola calcistica, Pellè viene considerato dagli addetti ai lavori un predestinato. Pochi ragazzi in Italia hanno il suo fiuto del goal ed il suo fisico, caratteristiche che inducono i suoi allenatori ad impiegarlo come primo riferimento offensivo.
Sulla panchina del Lecce, in quegli anni, siede Delio Rossi, che adocchia il ragazzo e lo porta in prima squadra, dove ha l'opportunità di allenarsi con attaccanti del calibro di Bojinov, Chevanton e Mirko Vucinic.
Lo spazio in prima squadra è poco, ma tanto basta per portarlo a giocare il Mondiale Under20, tenutosi nei Paesi Bassi durante l'estate 2005. Pellè è l'arma in più dell'Italia, che a suon di goal trascina fino ai quarti di finale, persi ai rigori contro il Marocco.

L'esperienza con l'Under20 è importante per la crescita di Pellè, che stenta però a ritagliarsi il suo spazio con la maglia del Lecce. Inizia quindi un lungo viaggio fatto di prestiti in cadetteria, dove dopo un inizio difficile inizia a macinare gioco e reti. A Crotone le prime reti fra i professionisti; con la maglia bianconera del Cesena la prima stagione in doppia cifra, che sembra porterlo portare al grande salto.
Nel suo destino, come per il Mondiale Under20, c'è l'Olanda. Ad aggiudicarselo è l'Az Alkmaar, allenato dal guru olandese Van Gaal, uno che ha pochi eguali al mondo a lavorare con i giovani.
Il santone olandese, reduce dall'esperienza con il Barcellona, intravede in Pellè le potenzialità del campione. Sa che è un diamante ancora grezzo, ma nonostante le difficoltà gli da fiducia. Il centravanti pugliese lo ripaga con tanto impegno e pochi gol. Van Gaal crede nelle potenzialità del ragazzo, ma quando sente la chiamata del Bayern Monaco non può rifiutare. Con l'approdo in panchina di Verbeek il divorzio è inevitabile.

E' Pietro Leonardi a riportarlo in Italia, e Parma sembra la squadra a misura d'uomo che può permettere a Pellè di esplodere definitivamente. Qualcosa s'inceppa, mancano feeling e fiducia, e dopo un anno e mezzo speso fra Parma e Sampdoria, in prestito, le strade si dividono nuovamente. Nemmeno a dirlo la chiamata arriva nuovamente dal paese dei tulipani, più precisamente dal Feyenoord di Rotterdam. Prestito con diritto di riscatto prefissato a 5 milioni di euro, Pellè sbarca alla corte di Ronald "Rambo" Koeman. L'alchimia fra i due è immediata, tanto da portare il Feyenoord a basare il proprio gioco sul terminale offensivo italiano. Con la maglia bianco-rossa di Rotterdam, Pellè esplode letteralmente. E' un po' come se il suo talento, sopito per troppo tempo, riemergesse con la forza di un'esplosione vulcanica. Il suo killer-istinct in area di rigore torna ad essere quello delle giovanili, i portieri orange non hanno scampo. Al primo anno le reti sono 29, il secondo 26. 55 goal in 66 presenze sono numeri mostruosi, che gli valgono finalmente il palcoscenico di un campionato top. La chiamata arriva dalla Premier League, più precisamente da Southampton, dove sulla panchina dei "Saints" si è appena insediato il suo mentore, Ronald Koeman.
Devo ammetterlo, avevo ancora qualche perplessità su di lui, mi sembrava così strano che segnasse a raffica in Olanda dopo aver trovato tutte quelle difficoltà in Italia, ma ho sbagliato. In 7 partite di Premier il bomber leccese ha timbrato 4 volte il cartellino, realizzando una rete meravigliosa in acrobazia contro il Queens Park Rangers.



La continuità in zona gol gli vale il soprannome "the italian goal machine" e, soprattutto, il ritorno in azzurro. Non più la maglia di una giovanile, bensì quella pesante della Nazionale maggiore.
"Speravo di andare in nazionale, quest'anno sono passato in un campionato più importante, avevo possibilità di essere preso in considerazione, il mister lo ha fatto e mi ha convocato". Il futuro è ora nelle sue mani.

7 ottobre 2014

La polemica, l'unico vero male del calcio italiano

Il vero male del calcio italiano è la polemica. Viscerale, perenne, continua. Il calcio è la passione degli italiani, ma ultimamente mi sembra che sia diventato il tiro a segno. Gli arbitri, più ancora dei calciatori, vengono passati ad un accurato screening post-match, andando a vedere qualsivoglia minuzia nella loro direzione. Un malcostume tutto italiano, che sta rovinando il nostro calcio e la nostra cultura sportiva. 
I primi a rendersi conto di questo dovrebbero essere gli addetti ai lavori e i giornalisti, che non perdono occasione di passare al setaccio ogni fischio del direttore di gara. Le interviste post-partita, specialmente su Mediaset, diventano una moderna caccia alle streghe, con presunti opinionisti scatenati e allenatori che attizzano il fuoco meglio della carbonella.

Un malcostume inaccettabile, esploso in tutto il suo clamore dopo Juventus-Roma. Non entro nel merito degli episodi, ma mi limito a evidenziare che alla sesta di campionato si usano parole forti come "sistema", "campionato falsato". Una follia. Lo sarebbe verso fine campionato, figuriamoci ad Ottobre. Prima di parlare di "sistema", credo, occorrerebbe un pochino di onestà intellettuale. Dal Milan di Sacchi e Capello, passando per la Juventus di Lippi o l'Inter di Mancini e Mourinho, hanno sempre vinto i più forti. E sarà sempre così, perchè in un torneo a venti squadre è il più forte a vincere, spesso in maniera netta e definitiva. Pochi campionati si decidono sul filo di lana, e anche questi non sono contraddistinti dai singoli episodi. Penso al duello Juventus-Inter del '98, il cui epilogo non può essere attribuito al solo presunto rigore non concesso all'Inter (dietro in classifica e sotto di un goal in quel match). Ma si pensi anche al nubifragio di Perugia, quando a perdere il titolo fu la Juventus di Ancelotti, rea di aver dilapidato un cospicuo vantaggio in classifica, venendo poi punita dall'acquazzone umbro. C'è stato poi il tricolore che la Roma ha messo in bacheca l'anno successivo, andando a strappare i punti decisivi nello scontro diretto di Torino, schierando Nakata (autore di una rete decisiva) che, fino ad una settimana prima, non avrebbe potuto esser convocato. O, infine, i titoli che Mancini e Mourinho hanno portato in casa Inter, lasciando sempre al secondo posto la Roma di Totti, pronta ad avvelenare i post-partita ad ogni piè sospinto. Non si trattava di una macchinazione allora, non c'è alcun sistema oggi.

Se solo Totti avesse avuto un pochino più di memoria, credo, non avrebbe detto ciò che ha detto a Torino. Ha sparato a zero sulla lega e sul movimento calcistico italiano, reo secondo lui di favorire la Juventus. Eppure non ricorda che proprio questa lega e l'intera architettura del calcio italiano hanno salvato la Roma. Una squadra che ha vinto uno scudetto (non un'egemonia, un solo e unico successo) acquistando giocatori che aziendalmente non poteva permettersi. I vari Emerson, Candela, Cafu, Nakata, Batistuta e Montella, tanto per fare qualche esempio, hanno portato al tracollo finanziario la Roma e la famiglia Sensi. Sommersa dai debiti, (come la Lazio, vincitrice anch'essa di un tricolore), la società giallorossa avrebbe dovuto scomparire e ripartire dai dilettanti. Per evitare sommosse popolari, in una città in cui il tifo è tutt'altro che tranquillo, il "sistema" ha salvato la Roma. Ha evitato a Totti e compagni di fare la fine di Napoli, Torino e Fiorentina. 

Al capitano, poi, si è aggiunto il tecnico Rudi Garcia. Una persona che ho fin da subito reputato elegante e intelligente, capace di parlare un italiano sorprendentemente buono fin dai primi giorni. Eppure, il gesto del violino è una caduta di stile clamorosa. Scimmiottare Mourinho, senza esserlo, non è un vanto. Ancor peggio, però, le frasi a mente fredda. Sostenere che partite così facciano male al calcio italiano è vero, ma da un'altra prospettiva rispetto a quella di Garcia. Il problema non è stato nè l'arbitro nè il risultato, ma il contorno di inutili polemiche. Dalle rumorose parole di Totti e Garcia fino allo stucchevole siparietto fra Sacchi e Allegri, uno spettacolo a cui faremmo tutti volentieri a meno.

29 settembre 2014

Calci di rigore: il falso mito su Gigi Buffon

I numeri non mentono, mai. Dopo il Mondiale 2006, vinto ai rigori contro la Francia, una leggenda metropolitana si è diffusa nel Bel Paese: Gigi Buffon non para mai i rigori.
Una falsità assoluta, che ha però tratto in inganno quasi tutti gli appassionati, pronti a celebrare il funerale del numero uno quando si trova dinnanzi un tiratore dagli undici metri.
Spesso e volentieri le leggende metropolitane celano falsità e inesattezze, che mi sento in dovere di smascherare con numeri inequivocabili.
La classifica dei migliori specialisti dagli undici metri è questa:

Samir Handanovic ha parato 27 di 82 rigori
Jens Lehmann ha parato 24 di 101 rigori
Gianluigi Buffon ha parato 21 di 108 rigori
Oliver Kahn ha parato 17 di 139 rigori
Júlio César ha parato 15 di 55 rigori
Iker Casillas ha parato 15 di 105 rigori
Petr Cech ha parato 15 di 88 rigori
Andrés Palop ha parato 12 di 52 rigori
Victor Valdés ha parato 11 di 53 rigori
Manuel Neuer ha parato 11 di 59 rigori
Edwin van der Sar ha parato 8 di 94 rigori

A ben vedere non è poi messo così male Buffon, terzo nella classifica di tutti i tempi.
Ora, forse la percentuale non sarà elevatissima, ma è ampiamente in media e soprattutto migliore di alcuni grandi del passato: Kahn, Zoff (nemmeno in classifica), Banks, Sebastiano Rossi..nessuno passato alla storia come vittima sacrificale dagli undici metri.
Se a questi 21 aggiungiamo quelli neutralizzati nella fase a penalty (così a memoria due in finale di Champions contro il Milan), ci si rende immediatamente conto che il numero uno della Juventus e della Nazionale non sia poi così male. Di certo è peggio come tiratore, dove a fronte di un penalty calciato risiede un altrettanto errore. Ma in fondo quello non è il suo mestiere.

8 settembre 2014

Serie A: il mercato e la nostalgia dei primi anni 2000

E' stato un mercato intenso, ricco di chiacchiere e colpi di scena. In questa estate italiana piuttosto atipica, caratterizzata da un tempo quantomeno ballerino, il calciomercato ha rappresentato una certa continuità. Colpi di scena più in uscita che in entrata, come da alcuni anni a questa parte, ed una sensazione di indebolimento che non ci abbandona mai.
Il colpo ad effetto è stato senza ombra di dubbio l'addio di Conte alla Juventus. Dopo tre anni di successi e qualche discussione di troppo sugli investimenti, Antonio ha salutato tutti. Ho già speso diverse parole sull'argomento e non voglio dilungarmi ancora. Sono contento sia andato in Nazionale, perchè in fondo siamo tutti italiani e forti tifosi degli azzurri. La prima a predirlo è stata la mia ragazza, io non ci credevo. Ho sempre pensato che Conte fosse un uomo di campo, uno che deve masticare calcio ventiquattro ore al giorno. Eppure mi sbagliavo, o semplicemente è la sistemazione migliore per un allenatore distrutto dallo stress del day by day.
L'altro grande colpo di mercato, a mio avviso, è stata la cessione di Balotelli al Liverpool. L'Italia non faceva per lui ed il rapporto con il Milan era ormai logoro. La cessione in Inghilterra è un bene per tutti, ma la sensazione è che ormai Mario abbia deciso di gettare al vento il suo talento, un po' come ha fatto Cassano.
Il nostro calcio ha poi perso Cerci, per il quale le italiane non hanno fatto a gara; e Alvarez, parcheggiato a cifre record in Inghilterra. Benatia ha salutato Roma per approdare in Baviera, dove Robben l'ha accolto alla grande, dichiarando: "Onestamente non so chi sia. So soltanto che il nostro club l'ha preso dalla Roma. Ma se il Bayern lo ha acquistato ci sarà un motivo: si è infortunato Javi Martinez quindi avevamo bisogno di un buon sostituto". A quella cifra la Roma ha fatto il colpaccio, davvero.
Il capocannoniere del torneo scorso, Ciro Immobile, si è accasato al Borussia Dortmund. Classe '90, Immobile avrebbe fatto comodo alle grandi della Serie A, ma nessuno aveva i soldi per comprarlo. La Juventus, che non ha mai realmente creduto in lui, ha deciso di fare una bella plusvalenza e parcheggiarlo all'estero, dove non può far male alla Signora.

Se le cessioni ci hanno strappato un mezzo sorriso, sono gli arrivi che ci fanno ripiombare nell'oblio. Da un lato la resistenza della Juventus, capace di tenere Vidal e Pogba; dall'altra colpi di mercato quantomeno discutibili. A Verona sono arrivati Marquez e Saviola, che mi fanno ripensare al primo Barcellona di Rijkaard, tristemente risalente a inizio anni '00.
Il Milan ha deciso di sostituire Balotelli con Torres, preso gratis dal Chelsea. E' emblematico che Mourinho si sia disfatto di un giocatore acquistato poche stagioni fa per una cifra monstre. A me l'ingaggio del Nino affascina, ma il mercato del Milan è bocciato dalla scellerata cessione di Cristante, uno dei più fulgidi talenti del nostro calcio. Cederlo, per appena 6 milioni oltretutto, è stato un errore. Galliani ha provato a dire che è Cristante ad aver chiesto la cessione, ma non ci credo. Gli avessero dato la possibilità di gicoarsi il posto con i vari Muntari e De Jong (non Xabi Alonso e Kroos), secondo me sarebbe rimasto.
La Juventus ha comprato a peso d'oro Morata, il cui talento è indiscutibile ma che è tutto da valutare; così come Evra, arrivato da Manchester e per ora poco impiegato. Coman è stato il fiore all'occhiello del mercato bianconero, capace di un altro grande colpo a costo zero. Aspettando Rabiot.
La Roma ha fatto il bello e il cattivo tempo sul mercato, comprando tanto e in tutti i settori. Un mix di gioventù (Ucan, Iturbe, Manolas..) ed esperienza (Cole e Astori) per dare l'assalto al tricolore, inutile nasconderlo. L'Inter ha continuato nel suo progetto, sbandierando una difesa a quattro che difficilmente Mazzarri schiererà. Vidic è un buon colpo, ma siamo sempre in zona over30, inoltrati.

Non è un paese per vecchi, dicevano i fratelli Coen..forse non sono mai stati in Italia. 

1 agosto 2014

Storie di calcio: l'indio, Matias Almeyda

"Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra. Una volta in un’intervista esposi il mio modo di pensare. Prima della gara successiva Davids mi è venuto incontro. Ho pensato che era arrivato il momento di fare a pugni, invece lui mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Bravo, la penso esattamente come te". Avremmo potuto diventare amici".
Sono queste le storie di calcio che amo, che voglio che amiate, che voglio raccontare. Storie di uomini e atleti che in campo davano tutto, per sè stessi e per la squadra. L'io si fondeva con l'esigenza dei compagni, il successo e la fama personale passava attraverso il sudore riversato in campo, a volte oltre i limiti del consentito. Esattamente come la vita di Matias Almeyda, vissuta senza freni e inibizioni, cercando la gloria in quell'incredibile rettangolo verde circondato da migliaia di persone.

Di Almeyda si potrebbero raccontare tante cose. Dal suo pazzesco goal a Buffon, in un Parma-Lazio di tanti anni fa, alle migliaia di palloni recuperati; dal suo correre incessante dietro agli avversari, ai successi con River Plate, Parma e Lazio. Ma le parti più incredibili ce le racconta lui stesso, in una biografia intrisa di aneddoti, curiosità, confessioni, verità. Una storia da moderno gladiatore, o più semplicemente da Matias. "Undici Almeyda, vogliamo undici Almeyda".



"Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale".
"Alla Lazio si è visto l’Almeyda migliore. Ero tra i più bassi, quindi ho allestito una palestra a casa per rinforzarmi, tiravo anche di boxe. Là mi sono fatto tatuare l’indio sul braccio: la mia bisnonna lo era. Andavo all’allenamento con i jeans a pezzi, a volte senza maglietta, con una striscia a legare i capelli lunghissimi: pensavano che fossi proprio un indio".
"Una volta al Parma ho lasciato lo stadio nel baule della macchina dei miei suoceri. C’erano 20 ultrà che mi aspettavano per un gestaccio che avevo fatto. In realtà era stato solo uno sguardo, ma di sfida, dopo che mi avevano urlato qualcosa. Avevo fatto amicizia con un gruppo di rugbisti argentini, che per la gara successiva mi hanno accompagnato al Tardini. Un ultrà grande e grosso mi ha fermato con la pancia: "Devi chiedere scusa ai tifosi". "Non chiederò scusa per qualcosa che non ho fatto", ho risposto sapendo che i miei amici erano pronti a intervenire".

"Al Parma ci facevano una flebo prima delle partite. Dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo ero capace di saltare fino al soffitto. Il calciatore non fa domande, ma poi, con gli anni, ci sono casi di ex calciatori morti per problemi al cuore, che soffrono di problemi muscolari e altro. Penso che sia la conseguenza delle cose che gli hanno dato".
"Dopo che avevo litigato con Stefano Tanzi, una volta mi ferma la polizia e mi sequestra la macchina. Giorni dopo, mi sono svegliato e la macchina nuova era sparita dal garage. A Milosevic, lui pure in conflitto con la società e con un contratto alto come il mio, capitava lo stesso. Un giorno mia moglie torna a casa e sente delle voci all’interno. Scappa e chiama la polizia. A casa poi non mancava niente. Ma c’era una manata sulla parete. Fatta con olio di macchina. Un messaggio mafioso. Mia moglie ha avuto un parto prematuro. Dopo il Mondiale ’02 a Parma non sono più tornato".
"Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma ci hanno detto che i giocatori della Roma volevano che noi perdessimo la partita. Che siccome non giocavamo per nessun obiettivo, era uguale. Io ho detto di no. Sensini, lo stesso. La maggioranza ha risposto così. Ma in campo ho visto che alcuni non correvano come sempre. Allora ho chiesto la sostituzione e me ne sono andato in spogliatoio. Soldi? Non lo so. Loro lo definivano un favore...".

"Lele (Adani) è la mia anima gemella. Ci siamo conosciuti quando io iniziavo a stancarmi dal sistema. Lo considero il fratello che mi ha dato la vita. È venuto a vedere il River e un giorno lavoreremo insieme in Italia. Anche con Roberto ho ancora un buon rapporto. È un fuoriclasse, ma correvo io per tutti e due. Glielo dico sempre: "Mi hai distrutto il fegato, da quanto mi hai fatto correre".
E a chiudere l'esperienza meneghina, a portarlo alla depressione. "È iniziata a Milano. Due infortuni, troppo tempo senza giocare. Pensavo e pensavo. Un giorno non sentivo più la mano, quello dopo avevo perso la sensibilità nella metà del corpo. All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici. Le chiamo le pillole della bontà, mi fanno essere più buono".

30 luglio 2014

Storie di calcio: il mito di Faryd Mondragon

28 Giugno 1994, Stanford. La Russia di Salenko demolisce il Camerun e saluta gli Stati Uniti con un successo roboante, rotondo. Il centravanti di Leningrado realizza una storica cinquina, che gli vale il titolo di re dei bomber nella manifestazione statunitense. La notizia più clamorosa non sono i cinque goal di Salenko, ma il solo e semplice acuto di un uomo sempre sorridente, pacato. E' nato a Yaoundè, in Camerun, e per il suo paese è un simbolo. Rappresenta la forza, la determinazione, il sacrificio. Ha segnato una rete pazzesca contro l'Argentina, in quel di San Siro, ma la sua carriera non è conclusa. Il suo nome è, naturalmente, Roger Milla, e a furor di popolo è portato in America, dove vive un Mondiale da spettatore. Con la squadra eliminata, però, scende in campo per tutto il secondo tempo. A 42 anni è il giocatore più vecchio ad aver messo piede in campo in un'edizione del Mondiale; nel giro di un minuto anche il più vecchio ad aver realizzato un goal.

24 Giugno 2014, Cuiabà. La Colombia di James Rodriguez asfalta il Giappone di Zaccheroni chiudendo il girone a punteggio pieno. A sei minuti dalla fine Josè Pekerman guarda verso la panchina e fa un cenno con il volto. Si alza Faryd Mondragòn, un cenno d'intesa e un abbraccio. Il numero 22 scende in campo con il sorriso stampato sul volto. A 43 anni e 3 giorni è il giocatore più vecchio che abbia giocato una partita del Mondiale, un record che per Mondragòn vale tantissimo.
Un portiere con un fortissimo temperamento, un giramondo di padre colombiano e madre libanese. Un colosso di 191 cm capace di giocare in tre continenti e prendersi una delle soddisfazioni più grandi e meno difficilmente battibili che possano esistere. Se questa Colombia è una grande squadra e un grande gruppo, in parte, il merito è anche suo. Mondragòn, Valderrama, Escobar..un gruppo di grandissimi giocatori che hanno spinto il movimento calcistico colombiano oltre i limiti. Hanno ispirato Falcao, Cuadrado, Rodriguez e tutti gli altri grandi giocatori cafeteros che hanno fatto tenere il fiato ai colombiani, tremare i brasiliani e sperare tutto il mondo. La favola della Colombia campione del mondo, quest'anno, non si è avverata. Ma su questa strada non è utopistico pensare ad un nuovo paese al vertice del calcio mondiale.

28 luglio 2014

Storie di calcio: USA, no more soccer

Dopo la scoppola presa al Mondiale casalingo, nel 1994, gli Stati Uniti decisero di dare una spinta al movimento calcistico americano. Stadi all'altezza della situazione ed un campionato di livello più alto, per conquistare il cuore della gente ed aiutare la nazionale. Gli States non sono una nazione che nello sport, in genere, si limita a partecipare. Olimpiadi o Mondiali che siano, i ragazzi a stelle e strisce sono quasi sempre fra i favoriti alla vittoria, in tutte le discipline. Nel calcio, invece, non hanno mai rischiato di vincere qualcosa, non sono mai riusciti a dominare. E francamente credo che il trend continuerà.

Agli americani il calcio piace, ma fino ad un certo punto. E' una tipologia di sport estranea al mondo del marketing e della domenica seduti, per ore, a mangiare snack e hot-dog. Il campionato di massima divisione, l'MLS, è specchio di questo disinteresse, nonostante intorno ad esso gravitino molti ma molti soldi. Un po' come i tornei arabi, la massima lega americana sembra essere "la tomba dei campioni", ripercorrendo la tradizione che ha voluto giocare negli USA campioni a fine carriera. Pelè e Beckenbauer ne sanno qualcosa. Nulla di male, semplicemente un calcio con meno ritmo e meno qualità, dove a farla da padrone sono i nomi e non le abilità dei giocatori.

E, a supporto della mia tesi, ecco i risultati. I campioni in carica sono la temibilissima compagine del Kansas City, il cui giocatore simbolo è Claudio Bieler. Vi chiederete chi sia costui, come ho fatto io. Ecco, Bieler è un centravanti argentino naturalizzato ecuadoriano, le cui stagioni al top son state vissute con la maglia della Deportiva Universitaria de Quito.
In finale, spuntandola solo ai rigori, il Kansas ha sconfitto il Salt Lake City di Alvaro Saborio, centravanti del Costa Rica con un passato al Sion, in Svizzera.
Sconcertante direte voi, ma voglio chiudere con il dato più allarmante. A New York, con la maglia dei Red Bull, giocano questi calciatori: Peguy Luyindula, ex Lione; Thierry Henry, un campione sensazionale; Tim Cahill, fresco di un goal da spellarsi le mani al Mondiale; Bradley Wright-Phillips, speranza del City, figlio di Ian Wright e fratello di Shaun Wright-Phillips, un altro definito in gioventù un fenomeno.

Di questo passo il calcio è destinato a rimanere un gioco per gli americani. Divertente, appassionante, ma solo e sempre un passatempo. Ed è un peccato, con Klinsmann alla guida della Nazionale, infatti, gli States hanno dimostrato un grande potenziale. Poche nazioni al mondo sono così forti nello sport, è quasi una fortuna per i grandi paesi europei che gli americani non si dedichino anima e corpo al calcio, ma fino a quando durerà tutto questo? Klinsmann sembra avere indirizzato gli americani sulla giusta rotta.

26 luglio 2014

Storie di calcio: Savo Milosevic

Correva l'anno 2000, nell'aria c'era fermento per l'inizio del nuovo millennio. L'anno era iniziato con la paura del "Millennium Bug", e durante l'estate si sarebbe svolta una delle più belle edizioni dell'Europeo di calcio. Nel corso della manifestazione europea, tenutasi a cavallo fra il Belgio e l'Olanda, si misero in luce tantissimi giocatori. Il più brillante di tutti, quello che personalmente mi colpì di più fu un centravanti serbo. Era forte come un toro e grosso come un bisonte, lanciato negli spazi non lo potevi tenere.
La nazionale dell'epoca si chiamava ancora Yugoslavia, aveva una stella rossa sullo stemma e tantissimo talento. Jokanovic, Mihajlovic, Jugovic, Kovacevic e Stojkovic. E ancora, Dejan Stankovic, uno dei centrocampisti più forti degli ultimi due decenni, Pedrag Mijatovic e appunto lui, Savo Milosevic.

Nato e cresciuto in una cittadina dell'attuale Bosnia, a pochi chilometri dai confini con Serbia e Croazia, Milosevic ha un cognome comune ma molto pesante.
In patria viene subito notato per il suo fisico fuori dal comune ed il suo killer instinct in area di rigore, ma soprattutto per la sua capacità di fare reparto. Fin da bambino è impiegato nel ruolo di centravanti, bruciando in poco tempo le tappe con la maglia del Partizan Belgrado. Nel 1992, a 19 anni, debutta in prima squadra, prendendosi da lì a poco i galloni del titolare. 64 reti in appena 98 presenze, nemmeno tutte dal primo minuto, sono un bottino importante, come la chiamata dell'Aston Villa. Milosevic accetta il trasferimento e va a Birmingham, dove può misurarsi in Premier League, uno dei tornei più difficili del mondo. In Inghilterra abbassa la sua media realizzativa, ma innalza il suo quoziente di utilità per la squadra. I compagni sanno che lì davanti, difensori o no, le prende tutte Savo.
"Milošević era il calcio, non ho mai conosciuto altri attaccanti che sapessero giocare con i compagni e per i compagni come Savo". Le parole di Ulivieri, suo allenatore ai tempi di Parma, descrivono molto bene che tipo di giocatore sia stato il serbo.

Trasferitosi nel 1998 al Real Saragoza, in Liga, arriva all'appuntamento con Euro2000 come riserva di lusso. Nei piani del rimpianto Vujadin Boskov, infatti, la coppia titolare è composta dall'ex Real Madrid Pedrag Mijatovic e l'ex bianconero Darko Kovacevic, supportati dall'estro ed il talento di Dragan Stojkovic, trequartista che merita una storia tutta sua.
Pronti via, però, la Yugoslavia non ingrana. Contro la Slovenia, in un derby caldissimo, i ragazzi di Belgrado son sotto di tre reti. Boskov, non a caso conosciuto come "il maestro", pesca il più classico dei conigli dal cilindro. Mette in campo Milosevic e la partita cambia radicalmente. In pochi minuti Savo spazza via la difesa slovena, segnando una doppietta. I difensori non tengono il suo strapotere fisico, e la "Yugo" pareggia.
Boskov, che è uomo di calcio intelligente e scaltro, ha capito che Milosevic è troppo più forte e affamato, non si può tenerlo in panchina.
La scelta è saggia e Milosevic prima annichilisce la Norvegia, poi spaventa la Spagna. Agli ottavi l'Olanda prende letteralmente a pallate gli uomini di Vuja, ma il goal della bandiera è nuovamente di Milosevic, che chiude il torneo con cinque reti in quattro partite.

Il Parma, venduto Crespo alla Lazio, s'innamora di Savo e fa follie per portarlo in Emilia. Qui lo inserisce al fianco dell'estro carioca di Marcio Amoroso, un attacco di tutto rispetto. Io, ovviamente, lo prendo al Fantacalcio, seduta stante.
Milosevic in Italia sarà schiavo di un altalenante rendimento da parte dei ducali, che sono lontani anni luce dalla bella squadra che avrebbe potuto dominare in Italia ed Europa. Dopo 9 goal appena saluta il Bel Paese con qualche chilo di troppo e tante delusioni. Chi come me si ricorda di come giocava, però, sa che Milosevic è stato attaccante di razza, capace di fare la fortuna di tanti assist-man.

Chiusa la carriera fra Spagna e Russia, dove vince lo scudetto con il Rubin Kazan segnando la rete decisiva, Milosevic fa ritorno in Serbia. Nel 2011, in un giorno d'estate, la tragedia che non ti aspetti. Una lite in famiglia si trasforma in tragedia, con il nonno che imbraccia il fucile e spara al padre, ferendolo a morte. Milosevic, che da sempre è stato giocatore rude e schivo, si ritira dalla vita pubblica e da anni, ormai, se ne sono perse le tracce. Io, però, lo voglio ricordare sempre come Savo-gol, il centravanti con il colletto alzato e lo sguardo da duro che ha impressionato il mondo a Euro2000.

24 luglio 2014

Storie di calcio: il vichingo, Ebbe Sand

Il calcio non è fatto di soli campioni, di soli fuoriclasse. Ed è per questo che è un grandissimo gioco, uno sport meraviglioso. Anche i normali atleti ti possono entusiasmare, anche i gregari possono decidere le partite. Ogni campionato ha i suoi, ogni nazione li schiera. Questi generano una naturale empatia o antipatia, a seconda di come li si voglia guardare.
Oggi vi voglio raccontare la storia di uno dei centravanti che più di altri mi ha fatto stringere i pugni e gonfiare le vene. Il luogo da cui inizia il racconto è un paesino del nord Europa, così piccolo e caratteristico da ricordare le fiabe dei fratelli Grimm. Hadsund è il classico borgo danese, dove di giorno si lavora e la sera si sta insieme. Il 19 Luglio del 1972 la famiglia Sand mette alla luce due gemelli, destinati a fare la storia del calcio nordico. Il primo a venire alla luce si chiama Peter, ed è stato baciato da un gran fisico; il secondo ha invece assorbito tutto il talento calcistico, e viene chiamato Ebbe.

Ebbe Sand inizia a giocare a calcio a cinque anni, militando insieme al gemello Peter nella squadra locale. I due hanno lo stesso fisico, lo stesso modo di muoversi sul campo, lo stesso ruolo. Fin dai primi vagiti calcistici giocano in avanti, avendo nel sangue il senso del goal. E' chiaro però a tutti che uno dei due veda la porta in maniera diversa, con più convinzione. Questo è Ebbe, che nel giro di pochi anni fa parlare di sé l'intera penisola danese. Come spesso capita in questi casi, il Brondby decide di comprare "la famiglia in blocco". A Copenaghen vengono portati sia Ebbe che Peter, una storia che ricorda il passaggio al Barcelona dei fratelli De Boer, via Ajax.
La crescita dei due è diametralmente diversa, Ebbe convince tutti e si guadagna il posto in prima squadra, Peter vive all'ombra del gemello e cercherà fortuna altrove, spendendo la sua carriera nella massima lega danese. Al contrario, l'ascesa di Ebbe Sand è costante, continua. Fisicamente si fortifica, confermando la scelta degli allenatori delle giovanili che hanno insegnano lui a stare in campo come centravanti. Ebbe diventa infatti la classica prima punta di riferimento, abilissimo nel gioco aereo ed in grado di fare reparto da solo. A dispetto di un fisico notevole, Ebbe ha piedi abbastanza educati, calciando indistintamente di destro o sinistro.
L'esordio con il Brondby avviene si consuma all'età di 20 anni, e da lì l'ascesa è costante. Sand si guadagna la maglia numero 9 e i galloni del titolare, scrivendo parte della storia del club di Copenaghen. Fra il 1995 ed il 1998 è il vero trascinatore dei giallo-blu, che si laureano campioni di Danimarca per tre stagioni consecutive. I goal e le prestazioni di Sand destano ovviamente l'attenzione dei grandi club, ma prima ancora da Bo Johansson, che vede in lui la spalla perfetta per i fratelli Laudrup in Nazionale. Ebbe viene così convocato per i Mondiali di Francia '98, dove raggiunge i quarti di finale e griffa una rete contro la Nigeria.

Dopo i Mondiali la grande occasione arriva dalla vicina Germania, dove lo Schalke04 di Andy Moeller vuole fare di Sand la punta di diamante del suo attacco. Sand approda così a Gelsenkirchen, dove giocherà sette anni e dove chiuderà la carriera. Agli ordini di Huub Stevens non solo vince due coppe di Germania, ma segna a ripetizione. La sua stagione d'oro è quella del nuovo millennio, quando mette a referto 22 reti in Bundesliga e si porta a casa il titolo di re dei bomber.
Nel frattempo incontra con la maglia della Danimarca un altro ottimo attaccante, quel Jon Dahl Tomasson che tanto bene farà con il Milan e con cui forma una coppia perfetta. La potenza di Sand al servizio dell'istinto omicida di Tomasson fanno della Danimarca un brutto cliente per tutti. Nel 2004, dopo anni di onorato servizio, Ebbe Sand saluta la Nazionale con 66 presenze e 22 centri.
Attaccante generoso e con un gran fisico, Ebbe Sand mi è sempre piaciuto tantissimo. Prima punta classica, ha deliziato i tifosi tedeschi, tanto da diventare il record-man per goal europei, fino ad essere poi eguagliato e superato dal "cacciatore" olandese Huntelaar.

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