Esperto di Calcio

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2 settembre 2015

Editoriale di mercato: Juventus, fra un passato ingombrante ed un futuro da scrivere

Cambiare è difficile, ma doveroso. Si è detto e scritto molto sul mercato della Juventus, sulle scelte più o meno giuste operate dalla società. A bocce ferme è giunto il tempo di dire la mia, di rompere l'assordante silenzio che permea questo blog da alcuni mesi.
Con la sconfitta di Berlino si è chiuso un ciclo, quello della rinascita. Iniziato poco più di quattro anni fa con Antonio Conte, il nuovo corso della Juventus ha vissuto un'escalation continua. Il dominio sempre più evidente in campo nazionale è culminato con una finale di Champions League, frutto della maturità calcistica di alcuni campioni. Su tutti, Andrea Pirlo e Carlos Tevez.

E' proprio dalle cessioni operate da Marotta e Paratici che voglio iniziare quest'analisi di mercato. Molti imputano loro l'incapacità di fare cassa, ma su questo punto non sono affatto d'accordo. Andrea Pirlo, immenso campione classe 1979, ha chiesto di salutare il calcio europeo. Dopo una carriera vissuta al massimo ha capito che non poteva più reggere il peso dello stress psico-fisico che una squadra come la Juventus richiede. Ha salutato tutti e gli è stato giustamente concesso di accasarsi negli States, dove dispenserà ancora lanci e geometrie. Impossibile chiedere un risarcimento economico al New York City o pretendere che rispettasse l'ultimo anno di contratto.
Discorso analogo per il numero 10, Carlos Tevez. Troppo forte il richiamo della Boca, il suo rione natale. Voleva tornare a casa, dai suoi cari. In Argentina il mercato non è come quello europeo, con cifre astronomiche. Marotta ha ricavato qualche milione di euro ed interessanti opzioni su alcuni giovani talenti, fra cui spicca a mio modo di vedere Betancur, talentuoso regista classe 1997. Si poteva ottenere qualcosa di meglio dalla cessione di Tevez? Forse sì, ma non mi sento di condannare modi e costi di un'operazione scritta da alcuni mesi. 
Se Pirlo e Tevez non si potevano trattenere, altrettanto non si può dire per Vidal e Coman. I due, passati al Bayern Munchen di Guardiola, sono stati ceduti in modi e tempi diversi.
Il cileno, frastornato da oltre 12 mesi dalle voci di mercato, ha ceduto alle lusinghe bavaresi. La dirigenza torinese ha guadagnato circa 40 milioni di euro, non male per un classe 1987 tanto talentuoso in campo quanto avventato fuori. Arturo Vidal era un pilastro della Juventus, un guerriero che non tirava mai indietro la gamba. Questa era però l'ultima grande occasione per cederlo e fare una plusvalenza importante, mettendo in cassaforte il futuro finanziario della società. Una scelta che mi sento di condividere, per quanto il carisma dell'ex numero 23 non si trovi dietro l'angolo.
Coman, invece, è un'operazione molto più particolare. A livello economico poco da dire. Ingaggiato appena un anno prima dal Paris St. Germain senza sborsare un euro, è stato rivenduto ad una cifra mastodontica. Un errore o un affare? Difficile dirlo, perchè il classe '96 è troppo acerbo per poter dire se diventerà un fenomeno oppure no. La certezza è la bontà economica della cessione: 7 milioni per il prestito biennale con un diritto di riscatto fissato ad altri 21 milioni. Insomma, a mala parata una plusvalenza di 7 milioni ed un giocatore ancora giovane (nel 2017 avrà 21 anni) in casa, altrimenti un bel gruzzolo da investire.

Il capitolo cessioni è quindi chiuso, con un saldo ampiamente positivo dal mio punto di vista. Ora però c'è da capire come sono stati investiti questi ricavi.
Alex Sandro, Cuadrado, Dybala, Khedira, Mandzukic, Zaza, Neto, Rugani, Lemina, Hernanes. Sfido qualunque tifoso juventino a dire che, a inizio mercato, non avrebbe messo la firma per avere questi nomi. La società ha acquistato ed investito, innegabile sostenere il contrario. Il bicchiere sembrerebbe mezzo pieno, ma la diffidenza che nutro non dipende dalle due sconfitte in campionato e dalla casella zero alla voce punti conquistati. Piuttosto non riesco a capire le strategie d'acquisto rispetto al sistema di gioco consolidato ed alle idee tecnico-tattiche di Allegri. Ed è qui che mi concentrerò.
Anche i sassi sanno che il tecnico toscano predilige giocare con un 4-3-1-2, tanto che lo scorso gennaio chiese a gran voce l'acquisto di un trequartista (Wesley Sneijder) che sfumò negli ultimi giorni del mercato. In estate, con uno Scudetto, una Coppa Italia ed una finale di Champions League, pensavo che la società lo accontentasse, ma così non è stato. Niente Isco, Oscar o Draxler, tanto da suscitare un certo malumore anche nella tifoseria della Juventus. Sarebbero serviti? Certo. Avrebbero potuto coesistere con Cuadrado? Io non credo. 
Ma andiamo per gradi. La retroguardia si è rifatta il look. Neto come vice Buffon, anche perchè è impensabile (salvo infortuni) che il brasiliano possa prendere il posto del capitano, leader carismatico ancor più che immenso interprete del ruolo. Alex Sandro è un investimento importante, pagato fior di milioni nonostante il contratto in scadenza. Rugani è il presente ed il futuro, ad Allegri il compito di inserirlo senza bruciarne il talento o deprimerlo in panchina, dove potrebbe sedere spesso con Bonucci, Chiellini e Barzagli in rosa. Sistemare meglio la retroguardia, a mio modesto parere, non era pensabile, anche perchè parliamo della difesa più forte del torneo da alcuni anni a questa parte.
A centrocampo le partenze di Pirlo e Vidal pesano come macigni, sia da un punto di vista tecnico che caratteriale. Nei piani della dirigenza bianconera Khedira andava a sostituire Pirlo, ma le caratteristiche sono completamente diverse. Un giocatore come l'italiano non si trova in giro, ma un regista (anche meno talentuoso) sarebbe servito. In quella posizione Marchisio più di Khedira dà ampie garanzie, ma basta un piccolo infortunio per far sprofondare la mediana nelle difficoltà.
Allegri, che ha palesemente sbagliato approccio tattico (impensabile un 3-5-2 con Padoin regista, poi escluso dalla lista Champions), dovrà fare di necessità virtù. Hernanes ha i piedi e secondo me non è mai stato un vero trequartista. Si può adattare come mezz'ala o provare come vertice basso, ruolo che ricopriva in Brasile e nella Lazio quando non c'era Ledesma; Lemina è tutto da scoprire. 
Cuadrado non è un fantasista, ma un'ala di indubbio talento. Ecco perchè il suo acquisto impone un cambio di modulo per sfruttare al meglio le caratteristiche dei giocatori in rosa. La difesa a quattro deve diventare un dogma, anche perchè le scelte non mancano. Dal centrocampo in su più di un'opzione per la Juventus, che può scegliere fra una mediana più robusta ed una più tecnica. Imprescindibili Marchisio e Pogba (a dir poco spaesato nelle prime due di campionato), vediamo come si inseriranno i nuovi. Tanto per dare dei numeri, 4-2-3-1 o 4-3-3 sono gli assetti tattici che, sulla carta, si adattano meglio alle caratteristiche dei ragazzi. Con Cuadrado, Dybala, Morata e Mandzukic il peso offensivo non è affatto male, ma va trovata la giusta alchimia.

La Juventus ha cambiato pelle ed ha commesso alcuni errori. In primis non seguire completamente i dettami di Allegri, quindi consegnare al tecnico una rosa al completo a campionato iniziato. Il successo in Supercoppa, forse, ha annebbiato la società, che pensava si potesse partire con basi solide anche senza gli ultimi innesti. Nulla di più sbagliato, specie se poi Allegri ci mette del suo. Con Udinese e Roma soprattutto si sono palesati alcuni limiti, caratteriali e tecnici. Ma nulla che non possa essere superato con impegno e lavoro sul campo. I bianconeri devono rivedere le proprie gerarchie interne ed affidarsi ai due grandi leader carismatici, Buffon e Marchisio. Dietro di loro devono prendere responsabilità i giovani campioncini a disposizione, ma una cosa è certa: la rosa per vincere c'è.
Uno sforzo supplementare è richiesto ad Allegri, che tanto bene ha raffinato il lavoro di Conte quanto ora dovrà ridisegnare una squadra tutta sua. Non ha in mano il Milan da rifondare, ma una squadra ferita dalla perdita di alcuni campioni carismatici. Per le mani ha un parco giocatori notevole, con una media anagrafica scesa da 29 a 26 anni. Marotta e Paratici, con qualche errore, gli hanno messo a disposizione una rosa con cui primeggiare, almeno in Italia, non è solo possibile, ma auspicabile. Al toscano il compito, certamente non facile, di aprire un ciclo. Alla Juventus vincere non è importante, ma l'unica cosa che conta.

5 marzo 2015

Stats corner: goal, il linguaggio universale del calcio

Non esiste un linguaggio più internazionale del goal. Le reti, specie quelle delle punte, sono il più importante e famoso spot per il calcio. Ecco perchè, passato il giro di boa di tutti i più importanti campionati continentali, ho deciso di analizzare le prestazioni dei top scorers del vecchio continente.
Ad oggi è possibile affermare con certezza che, ad eccezione della Liga spagnola, in tutti i campionati è difficile andare a segno.
Merito delle difese o demerito degli attaccanti? Difficile dirlo, ma la mancanza nelle altre di leghe di un centravanti come Cristiano Ronaldo è invece un dato di fatto.
Questa la situazione nei cinque maggiori campionati continentali:

from squwka.com matrix comparison


Sono numeri impietosi, semplici, da cui possiamo evincere alcune ineluttabili verità:

  • Il capocannoniere milita nella squadra che guida la classifica
  • Solo Arjen Robben riesce a spezzare il tabù dei centravanti 
  • La Serie A è il campionato in cui si segna con meno frequenza
Tirate queste prime semplici conclusioni, andiamo ad analizzare maggiormente nel dettaglio i record dei singoli giocatori. 

  • Il più prolifico, nemmeno a dirlo, è Cristiano Ronaldo con 30 reti in 22 match
  • L'attaccante che maggiormente conclude verso la porta è sempre Cristiano Ronaldo con 137 conclusioni 
  • La shot accuracy, ovvero la capacità di centrare la porta, più elevata è di Diego Costa. Il 71% delle sue conclusioni trova la porta avversaria. Su 63 conclusioni ha trovato 17 reti
  • Re dei goal su calcio di rigore è sempre Cristiano Ronaldo, che ha trasformato 9 marcature dal dischetto
  • I più prolifici a realizzare dentro l'area di rigore, esclusi i rigori, sono a pari merito Diego Costa e lo stesso numero 7 del Real Madrid: 17 gol
  • Da fuori area il migliore è il giovane Lacazette, che sta trascinando il Lione a sfidare il PSG per il titolo
  • Lacazette è anche l'unico profeta in patria, vale a dire l'unico giocatore nostrano a guidare la classifica marcatori
Insomma, quello del centravanti resta un mestiere difficile. A leggere i numeri sembra si possa affermare che l'Italia, come si dice da sempre, sia l'università per gli attaccanti. Nessuno, dal brasiliano Ronaldo a Batistuta passando per Cavani, Signori, Baggio e Del Piero, è mai riuscito a collezionare nello stivale una media goal superiore ad uno (un goal a partita). Questo perchè nessuno si difende come noi, nessuno pone tanta attenzione al sistema tattico. 
E' un bene per il nostro calcio tutto questo? Non lo so, ma di sicuro non rinnego le nostre origini e la nostra storia calcistica. Ai posteri l'ardua sentenza. 

3 marzo 2015

Storie di calcio: Vazquez e Dybala, tango maestro

E' difficile affermare che il nostro campionato sia divertente, avvincente. Persino il match più atteso dell'anno, Roma v Juventus, non ha esaltato gli esigenti palati dei calciofili nostrani. Eppure ci sono motivi per guardare al campionato con una certa positività, con la consapevolezza di poter ancora vedere giocate di alta scuola.
Certo, obietterà qualcuno, un tempo godevamo delle magie di Zidane, Ronaldo e Del Piero. Oggi, invece, dobbiamo accontentarci dei grandi campioni del passato, ormai sul viale del tramonto, o di promesse in erba. Bene, io ho sempre avuto una particolare predilezione per questi ragazzi, forse per la loro sfrontatezza, forse per quel senso di gioia che trasmettono con le loro movenze.

La Serie A di oggi non brulica di campioncini, ma in Sicilia ci sono due attaccanti che mi stanno facendo impazzire, per estro e continuità. Parlo ovviamente di Franco Vazquez e Paulo Dybala, capaci di rendere ogni partita del Palermo uno spettacolo unico, da vivere tutto di un fiato.
I due argentini, potenzialmente arruolabili per la nostra selezione nazionale, sono letteralmente esplosi nel corso di questa stagione. Nessuno aveva mai messo in dubbio il loro talento, ma numeri alla mano non sembrava possibile che i due si facessero carico delle sorti offensive dei rosanero. Iachini, vero mentore della coppia d'oro, è stato il primo a credere fermamente nelle potenzialità offensive dei due, incominciando il campionato con uno scacchiere tattico poco apprezzato dal presidente Zamparini. Sono troppo piccoli e fumosi, dicevano. Ma Iachini, uno che in campo avrebbe soffertp da morire la velocità e i dribbling dei funamboli palermitani, ha fatto orecchie da mercante. E ha continuato per la sua strada anche quando i risultati non gli davano completamente ragione, anche quando tutti invocavano un cambio di rotta.

Ma il Dio del calcio ci vede benissimo e riconosce immediatamente le buone idee. Ed ecco che Dybala e Vazquez, a secco nelle prime di campionato, hanno innestato la marcia alta. Dribbling, assist, gol pesanti, non manca nulla nel repertorio della Joya e del Mudo. I numeri, che non mentono mai, sono schiaccianti. Il Palermo ha realizzato 38 reti, 19 delle quali arrivano dai due argentini. Ma non solo, perchè in altre nove circostanze hanno messo lo zampino con un assist decisivo. A conti fatti le due bocche di fuoco del Palermo sono l'anima stessa della squadra. Intorno a loro nove splendidi compagni, che aiutano il lavoro dei solisti albicelesti.



Per spensieratezza e qualità di gioco, a mio avviso, Vazquez e Dybala rappresentano al momento il top in Italia. Nessuno come loro sa essere imprevedibile e decisivo, freddo e spietato. Sono capaci di realizzare reti pesanti e divertire allo stesso tempo, una qualità non da tutti nell'odierno calcio italiano. Nemmeno le compagini più blasonate hanno una coppia di centravanti così bella da vedere, e forse il segreto è nella freschezza dei loro anni. Ma un aspetto che non va sottovalutato, alla faccia di tutti quei soloni della tattica e della prestanza fisica, è la loro natura calcistica. Vazquez e Dybala giocano come centravanti pur non essendo nati come punti di riferimento.
El Mudo, cresciuto a pane e calcio nella cantera del Belgrano, è sempre stato un trequartista di chiaro stampo sudamericano. Visione di gioco, dribbling, assist e passaggi illuminanti, ma sempre pochissime reti. Eppure Iachini, spostandolo nel vivo del gioco e senza compiti difensivi, ha saputo tirar fuori da lui quel killer-istinct che nessuno aveva mai visto nei suoi occhi.
La Joya, ribattezzato in Sicilia "u picciriddu", aveva invece solo bisogno di tempo e fiducia. Non è una prima punta vecchio stile, ma ha tutte le carte in regola per segnare gol a grappoli. Non da punti di riferimento ai marcatori avversari, ha una tecnica pressoché perfetta e ha estro. A tutti, ed è normale sia così, sta ricordando la crescita di un altro giovane sudamericano diventato grande in quel di Palermo. Parlo ovviamente di Edinson Cavani, e come lui anche Dybala è pronto a spiccare il volo in una grande squadra. Speriamo almeno sia un'italiana, continuare a vedere la Joya è

9 febbraio 2015

Il Diavolo ha imprigionato il Milan agli inferi

Sabato sera, allo Juventus Stadium, è andata in scena una classica del calcio italiano. Juventus e Milan si sono date battaglia, e la partita è stata persino meno brutta di quanto ci si potesse aspettare. I rossoneri, che stanno facendo un campionato a parte rispetto ai rivali torinesi, non si sono chiusi. Memori dell'andata, dove fecero muro, hanno provato a giocarsela. Linea difensiva alta, attacco veloce e nessun punto di riferimento. Sulla carta la partita era ben preparata ed a livello di gioco, rispetto alle ultime uscite, il Milan non ha fatto male.
Poteva finire tutto lì, con un onesto 3-1 sul campo e la consapevolezza che, giocando così, i risultati sarebbero migliorati. E invece, nell'immediato post-match, il patatrac. Galliani scende in campo e attacca la Juventus e l'arbitro, rei di aver viziato il risultato. Ma non solo, i bianconeri vengono anche accusati di "manipolare le immagini", mandando in onda fotogrammi truccati ed oscurando la verità. In studio, tutti basiti. Ma si pensa che sia la solita boutade post-partita, destinata a sgonfiarsi.
E invece il Milan rincara la dose, twittando dal suo profilo ufficiale una dura accusa alla Juventus.

La prima risposta a Galliani arriva da Sky, che si sente parte in causa. La spiegazione di Fabio Caressa, commentatore di quel match, è di un'efficacia disarmante.
"C’è stato un tweet del Milan che dice che la linea tracciata da Sky in questo caso, non dalla Juventus, non sarebbe parallela. Guardate il taglio dell’erba: il taglio dell’erba è parallelo, ma non è parallelo nell’immagine, perchè la linea parallela si muove. L’ho spiegato a mia figlia, che però fa le medie, quindi non è difficile: questa si chiama prospettiva. Produzione tecnica significa la produzione tecnica televisiva, ovvero posizionare le camere, mettere le camere e i cameraman. Poi sono i broadcaster che forniscono i registi, 6 Sky, 3 Mediaset, RTI e uno Rai per le 10 partite del campionato. Il regista, per esempio, ieri era un regista Sky, non è quindi la Juventus che sceglie o non sceglie di mandare quelle immagini, come non è il Milan che sceglie di mandare o non mandare immagini quando la partita è prodotta in casa del Milan. Mi sorprende che questa cosa non si sappia, forse c’è stata una distrazione. Il posizionamento delle camere è scelto all’inizio dell’anno ed è approvato dalla Lega, quindi sanno dove sono le camere, perché c’è un documento che viene approvato all’inizio dell’anno: allo Juventus Stadium le camere verranno posizionate così. I l problema fondamentale è che serve un organo terzo su queste cose. Se la Lega si mette in testa di essere un organo terzo, con un presidente di Lega che fa il commissioner e quando litigano c’è uno della Lega che dice è così o non è così. Oppure se continuano a litigare tra di loro in continuazione, serve che la produzione la faccia un altro, perché non sono in grado di stabilire loro, tra di loro, chi è terzo".

I bianconeri, rinforzano il concetto con un comunicato duro e a tratti umiliante, forse addirittura eccessivo. Ma dietro c'è molto di più che una sterile polemica, ci sono anni di malumori fra le idee di Agnelli e dello stesso Galliani, che è riuscito ad imporre il suo volere per quanto riguarda la vendita dei diritti televisivi e l'elezione di Carlo Tavecchio come presidente della Lega Calcio.

Ciò che mi preme analizare, e che ad oggi non ho ancora letto da nessuna parte, è il motivo per cui Galliani ha avuto un'uscita del genere. Prendete le mie parole col beneficio del dubbio, perchè è una teoria personale.
Penso fortemente che l'attacco del plenipotenziario rossonero sia stato fuori luogo e umiliante per il Milan e i suoi tifosi. Non voglio nemmeno pensare che Galliani non sapesse che le immagini fossero di proprietà di Sky e non della Juventus. Lo sapeva benissimo, e questo rende il suo sfogo ancor più triste. Ha usato questo gretto escamotage per evitare di parlare di calcio, di risultati. Sarebbe difficile giustificare agli occhi dei tifosi l'ennesima sconfitta, anche se l'unica che anche il più ottimista dei milanisti aveva messo in conto.
Cinque punti nelle ultime sette partite sono un bottino che persino chi deve salvarsi riterrebbe basso. Difendere Inzaghi, dopo aver cacciato Allegri e Seedorf, è difficile. Piuttosto che farlo, come sarebbe giusto fare se il Milan ha in Inzaghi il suo presente e il suo futuro, si sposta l'attenzione altrove. Questo è qualunquismo prima ancora che disinformazione. E se la tanto auspicata moviola in campo ti zittisce (regolare il goal di Tevez, tenuto in gioco da Zaccardo; irregolare quello di Antonelli su corner, la palla non era uscito del tutto), ma ciononostante non arretri di un millimetro, allora c'è più di un problema. Ed è una questione di mentalità e onestà intellettuale.

L'atteggiamento di Galliani mi ha reso triste davvero. Ho avuto l'impressione che Galliani abbia cercato in ogni modo di prendere in giro i tifosi. Ha cercato di circuirli, veicolando la loro frustrazione in un risentimento verso la classe arbitrale, il sistema calcio e un odio sportivo verso l'avversario. L'attacco alla Juventus, molto di moda, è stato l'ennesimo tentativo di nascondere sotto il tappeto le proprie magagne, guadagnando tempo. Tutto questo è scoraggiante, tanto per il calcio italiano quanto per il Milan. E non sto parlando di una squadretta, ma di uno dei cinque-dieci club più importanti del mondo. Povera Italia, poveri noi.

6 febbraio 2015

Storie di calcio: Matt "Le God" Le Tissier

Ci sono storie di calcio che ti appassionano ed emozionano, anche se non parlano di campioni che hanno lasciato un segno indelebile nella storia di questo magnifico sport. Una di queste, almeno per me, è la storia di un ragazzo britannico, nato e cresciuto nell'isola di Guernsey. Ed è proprio da qui che inizia e finisce la storia di Matthew Le Tissier, meglio conosciuto come "Le God" dai tifosi del Southampton.

Le Tissier comincia a gicoare sull'isola di Guernsey, diventando ben presto una celebrità nell'amatoriale campionato locale. Matthew, che fin da giovane ha avuto una forte propensione alla bella vita, non pensa al suo futuro o alla sua carriera, vuole solo divertirsi in campo. E di talento, classe, ne ha da vendere. L'Oxford United lo nota, ma il ragazzo decide di declinare l'offerta e continuare a dispensare calcio sull'isola, dove nemmeno maggiorenne è un idolo. A 17 anni è la sua squadra del cuore a chiamarlo, ed al Southampton non si può dire di no.
Le Tissier si trasferisce nell'Hampshire nel 1985, stringendo un patto perenne con i Saints. Da quel giorno in avanti, infatti, la sua vita sportiva e calcistica sarà sempre e solo a tinte biancorosse, perchè vincere e guadagnare non rientrano nei suoi obiettivi.

Nella mia vita ho visto tantissimi grandi giocatori, talenti cristallini in grado di cambiare il volto a una partita. Le Tissier entra a pieno titolo in questa categoria, madre natura lo ha dotato di colpi da fuoriclasse vero. A livello di estro e fantasia Le Tissier è sicuramente nella top ten di tutti i tempi, l'unico suo neo era la continuità.
Il The Dell si innamora di lui nel 1986, quando appena maggiorenne schianta il Manchester United con una doppietta, sancendo la fine dell'esperienza di Ron Atkinson sulla panchina dei Red Devils. Una doppietta che entra di diritto nella storia del calcio, perchè se Alex Ferguson diventa Sir. Alex lo deve anche a Le Tissier, che da quel giorno assurge a idolo dei tifosi dei Saints.

Vive il primo quinquennio con il Southampton fra luci e ombre in First Division, per poi prendere la squadra per mano a inizio anni '90 e portarla dove deve stare, in Premier League.
I numeri basterebbero a definire quanto Le God, come hanno iniziato a chiamarlo da queste parti, sia decisivo. Numero 7 sulle spalle e testa sempre alta, Le Tissier non gioca a calcio, dispensa felicità. I suoi dribbling, i suoi colpi di tacco e le sue reti sono talmente belle da non riuscire nemmeno a pensarci. Gli ho visto fare delle cose che un calciatore normale non riuscirebbe nemmeno a pensare, immaginare.



United, Chelsea e Tottenham, le grandi d'Inghilterra, bussano alla porta del Southampton e sono pronte a ricoprire d'oro i Saints e Le Tissier. Ma Matt non vuole sentirne a parlare, a costo di guadagnare di meno o non avere l'occasione di indossare la maglia della Nazionale.

Definito spesso e volentieri "pigro e svogliato" in allenamento, Le God è stato accomunato ad un altro grande estroso centrocampista britannico, nemmeno a dirlo Paul Gascoigne. Ma la differenza fra "Gazza" e Le Tissier è abissale, totale. Gascoigne era davvero un pazzo scriteriato, capace di numeri da antologia ed un momento dopo una follia. Le  Tissier, invece, era semplicemente un anarchico del pallone, un numero dieci fuori dagli schemi. E infatti, nonostante la classe del miglior fantasista, ha sempre rifiutato di mettere sulle spalle la 10 in favore della numero 7 di un altro immenso e indimenticabile campione, George Best.

Le Tissier è la risposta perfetta a chi sostiene che in Inghilterra il calcio sia solo fisico e fatto di traversoni e lanci lunghi. Certo, la mentalità inglese è diversa da quella spagnola, ma anche loro hanno talenti cristallini, capaci di dare del "tu" al pallone in qualsiasi circostanza. Il problema è che spesso, a grandi livelli, vengono accantonati in favore di giocatori dinamici, capaci di farsi sentire in campo. Ma non è questo il calcio che amo e che amiamo.

3 febbraio 2015

L'isteria del mercato invernale, un classico italiano

Un'altra sessione di mercato è andata in archivio. Come quasi sempre capita in inverno, a farla da padrona è stata la frenesia. Le squadre maggiormente in difficoltà hanno cercato le soluzioni migliori per aumentare la qualità senza sforare il budget. Il mercato che ne è scaturito è stato strano, a tratti incomprensibile dal mio punto di vista. Tutti hanno fatto qualcosa, ma molti non si sono fatti condurre da un filo logico serio, pensando in prospettiva futura.

Partiamo dalle prime piazze del nostro campionato. La Juventus di Allegri e Marotta non ha praticamente fatto nulla. Forte del vantaggio acquisito e degli ottavi di Champions già in tasca, la Vecchia Signora non ha investito pesanti cifre sul mercato. I tifosi, che sotto l'albero di Natale si aspettavano nomi come Sneijder e Shaqiri, si devono accontentare del prematuro approdo a Torino di Sturaro e del ritorno di Matri, preso in prestito gratuito per sostituire il partente "nababbo" Giovinco. Gli acquisti più importanti, però, sono stati messi a segno per giugno, quando in bianconero arriveranno Rugani, Zaza e molto probabilmente Berardi, tre dei prospetti più interessanti del nostro calcio.

La Roma di Garcia, che ha più volte dichiarato che lo Scudetto se lo cucirà sulle maglie, ha invece adottato una strategia molto diversa. Sabatini ha provato a migliorare la rosa fin da subito, sgravando le casse capitoline dall'ingaggio pesante di Borriello e facendo cassa con la cessione di Destro e del baby talento Jedvai. Garcia si ritrova ora con due nuove punte, il possente Doumbia e la freccia nera Ibarbo, per i quali fra costo del prestito e riscatto saranno investiti altri 30 milioni di euro. Spolli, Mendez e Pepin sono ad oggi il solo contorno alle grandi operazioni, che francamente lasciano da pensare. Investire 60 milioni di euro fra Iturbe, Doumbia e Ibarbo, non è stata una mossa vincente. Il mio è un parere del tutto personale, ma credo che con quella cifra si potessero prendere giocatori più decisivi, in Italia ed in Europa. Ai posteri l'ardua sentenza.

Il Napoli si è mosso invece con grandissimo anticipo. De Laurentiis è stato il primo a comprare ed il primo a fermarsi, regalando a Benitez Strinic e Gabbiadini. Al solito colpi mirati, per puntellare la difesa, orfana del lungodegente Zuniga, e l'attacco, che ha perso da alcuni mesi lo scugnizzo Insigne. Oggettivamente non solo acquisti che cambiano il volto della squadra, ma rinforzano un gruppo già solido e coeso. La strategia è quella giusta, perchè, a gennaio si tampona, non si costruisce.

Una filosofia che forse non è condivisa in quel di Milano, dove l'Inter e il Milan hanno messo in piedi una mezza rivoluzione per salvare una stagione iniziata con grandi proclami. L'obiettivo terzo posto, sbandierato dalle due proprietà, sembra oggi una chimera. Per esorcizzarla i rispettivi direttori sportivi hanno messo mano al portafogli e alla fantasia per rinforzare le rispettive compagini.
L'Inter è tornata quella dei tempi morattiani. Il ritorno di Mancini ha scatenato Tohir, poco incline ad investire con Mazzarri in panchina. E allora ecco approdare sulla sponda nerazzurra del Naviglio Podolski, Shaqiri, Brozovic ed il figliol prodigo Santon. Solo all'ultimo sfumano Rodholfo, Rolando, Diarra e Ledesma, a conti fatti una bella fortuna per l'Inter. La domanda vera è, come verrà finanziato il mercato di giugno? Secondo me con la cessione di Icardi, ma è solo una ipotesi.
Il Milan, che di soldi ne ha invece meno, ha puntato sulla solita abilità di Galliani. Cerci arriva in prestito in cambio di Fernando Torres, un ectoplasma in rossonero ed ora in ripresa a Madrid. Destro viene ingaggiato con la possibilità di pagare a giugno, Antonelli è il solito inspiegabile regalo di Preziosi, Paletta e Bocchetti arrivano a prezzo di saldo. Rapporto qualità-prezzo nemmeno così male, ma basterà a risanare una squadra alla deriva?

La Sampdoria, che tanto bene sta facendo, ha attuato una strategia poco chiara. Nonostante i tanti punti, Ferrero ha dato via ad una vera rivoluzione. Giusto cedere Gabbiadini, ecco il talentuoso Muriel ed il vecchio leone Eto'o, subito protagonista di un feroce screzio con Sinisa Mihajlovic. Munoz e Acquah a prezzo di saldo sono due tasselli in più per i "marinai", ma i veri colpi sono i giovani Correa e Bonazzoli, pronti a spiccare il volo nei prossimi anni.
Tutte queste operazioni sono finanziate dal Bologna di Tacopina, che ha fatto la spesa a Genova: Krsticic, Gastaldello, Sansone e Da Costa.

La Fiorentina, come ho scritto giorni fa, ha fatto un buon affare con Cuadrado. Diamanti e Salah non faranno rimpiangere il colombiano, dando alla "viola" la possibilità di investire pesantemente in estate, quando si delineerà meglio il futuro tecnico della squadra e si capirà se Pepito Rossi sarà ancora un giocatore su cui puntare forte.
Per il resto tanti movimenti e scarso interesse, perchè a gennaio la squadra non la puoi cambiare, la puoi forse migliorare o rinforzare, ma di sicuro non trovi l'affare della vita al prezzo conveniente.

Fra tutti i nomi che sono stati fatti, però, i direttori sportivi italiani non sono riusciti a cogliere alcuni affari interessanti che sono andati in scena in giro per l'Europa. Penso a Fletcher, che lo United ha svincolato e che si è accasato al West Bromwich Albion. Ma anche a Lennon, svenduto all'Everton, e soprattutto a Lucas Ocampos. Il gioiellino del Monaco è approdato all'Olympique Marsiglia, che ha tutte le intenzioni di provare fino alla fine a soffiare il titolo al PSG ed al Lione. Anche questo è il mercato di gennaio, gioie e dolori, speranze e insoddisfazioni.

30 gennaio 2015

Cuadrado, London calling

La cessione di Cuadrado al Chelsea è probabilmente l'operazione di mercato più importante di questa sessione invernale. Quando Josè Mourinho vuole un giocatore se lo va a prendere, non ci sono indugi o quant'altro. Il colpo del Chelsea è stato dipinto dai media nostrani come "l'ennesima conferma che il nostro calcio è di secondo piano". Io, però, la penso in maniera leggermente diversa.
E' innegabile che stiamo vivendo un periodo in cui l'appeal delle nostre grandi squadre (e del campionato in genere) non è ai massimi storici, tuttavia penso sia giusto ridimensionarci per poi ripartire più forti di prima. Insomma, quello che hanno fatto in Germania nel corso dell'ultimo decennio. Il calcio è un gioco semplice e tremendamente bello, fatto di programmazione, sudore, impegno e dedizione. Se bastasse scucire denaro per vincere sceicchi, petrolieri e milionari russi avrebbero le bacheche intasate di trofei, ma non mi risulta.

Andando controcorrente, quindi, dico che la cessione di Cuadrado non è un male, né per il calcio italiano né per la Fiorentina. Certo, perdiamo un giocatore molto forte e spettacolare, che compie però 27 anni e che, fino ad oggi, non è mai stato decisivo. La sua velocità, i suoi dribbling, i suoi goal, sono sempre stati un valore aggiunto per lo spettacolo, ma quasi mai hanno pesato sui risultati della Fiorentina. Cuadrado è sempre stato un calciatore essenziale nello scacchiere di Montella, ma più per la sua imprevedibilità che per il reale apporto dato al gioco della "Viola". Il risultato era un formidabile corpo estraneo alla squadra, capace di tirare fuori dal cilindro numeri d'alta scuola o risultare fuori dall'idea tattica di squadra. Nella batteria di solisti alle spalle di Diego Costa, formidabile centravanti spagnolo, Cuadrado ha tutte le possibilità di fare grandi cose, ma per conquistare il cuore di Mourinho dovrà sudare e sacrificarsi, disciplinarsi ed ascoltare. La Premier League non è la Serie A, ed un vecchio amico del colombiano, al secolo Stevan Jovetic, glielo avrà sicuramente già detto.

Una cifra importante, dicevo. Ma soprattutto un'operazione impossibile da bloccare. Quando metti una clausola rescissoria il coltello non lo hai più dalla parte del manico. O meglio, lo hai avuto stabilendo la cifra di vendita, e questo dovrebbe portare una reciproca soddisfazione per le parti.
Nel caso specifico parliamo di una cifra importante, 35 milioni di euro. La Fiorentina, che sul valore del ragazzo è stata irremovibile, è riuscita a chiudere l'operazione come meglio non avrebbe potuto. Ha rinunciato a qualcosa nella parte cash (33,4 milioni anzichè 35), ma ha compensato in maniera intelligente e pragmatica. Il prestito di Salah, con tanto di ingaggio pagato, toglie le castagne dal fuoco a Montella, che si trova bello che pronto il sostituto. La società avrà quindi il tempo di muoversi, di vagliare le opzioni tecnico-tattiche migliori per il futuro della squadra. E sappiamo tutti che Macia non è uno sprovveduto.

Sei mesi di tempo per capire quale possa essere il futuro tattico della squadra, si diceva. Ma anche sei mesi per capire se Montella resterà o no sulla panchina gigliata. Nel caso lasciasse Firenze, come penso fortemente (direzione Napoli), il nuovo allenatore si troverebbe in dote un bel tesoretto. Investire ora parte dei milioni incassati, quindi, sarebbe controproducente. Sia perchè il mercato di gennaio è storicamente poco conveniente, sia perchè il futuro della Fiorentina ha più di un punto interrogativo. La cessione di Cuadrado, ad ogni modo, era abbastanza inevitabile. E allora meglio venderlo bene ora, prendendo tanti soldi, un buon giocatore e prendersi il tempo necessario per riflettere e reinvestire. L'ultima volta che Macia ha avuto il tempo di farlo ha portato a Firenze gente come Gonzalo Rodriguez, Borja Valero e Pepito Rossi, non proprio nomi di secondo piano.

12 gennaio 2015

Storie di calcio: Seedorf-Inzaghi, i numeri non mentono

Io sono un grande estimatore di Seedorf, questa premessa è doverosa farla. L'ho sempre apprezzato, come calciatore e come uomo di calcio, e continuo a pensare che la sua intelligenza potrebbe fare benissimo al nostro sistema sportivo ed ai giovani talenti.
Detto questo, sono i numeri quelli che vanno analizzati, e ad oggi dicono che il tanto vituperato olandese, messo in panchina con ancora le scarpette da calcio ai piedi, ha collezionato 35 punti in 19 partite. 
Il gioco espresso dal suo Milan non era spumeggiante, è vero, ma ha saputo fare di necessità virtù. Ha ereditato una squadra che non si era né scelto né costruito ed ha saputo dargli una sua dignità, facendo un girone di ritorno tutto sommato buono. La società, che fortemente lo aveva voluto e blindato con un contratto fino al 30 Giugno 2016, non lo aveva aiutato sul mercato. Seedorf si era infatti trovato per le mani la rosa a disposizione di Allegri con l'aggiunta di Adil Rami, che oggi gioca e non gioca, ed il marocchino Taarabt. In aggiunta aveva a disposizione Balotelli, universalmente riconosciuto come una mela marcia in quel di Milanello, ma era orfano di El Shaarawy, intento a curarsi dai suoi misteriosi mali di gioventù.

Ecco, nonostante tutte queste difficoltà e la totale assenza di esperienza da allenatore, Seedorf aveva portato in dote 35 punti, frutto di 11 vittorie, 2 pareggi e 6 sconfitte, tre delle quali contro Napoli, Juventus e Roma. In Champions League era sì uscito subito agli ottavi, ma contro quell'Atletico Madrid che per un soffio non era riuscito ad alzare la coppa nel derby con il Real. Insomma, non male per un debuttante.


In estate, però, Seedorf è stato allontanato in favore di Pippo Inzaghi, vero pupillo dell'amministratore delegato Adriano Galliani. Pippo, maturato come tecnico lavorando con gli allievi prima e la Primavera poi, è chiamato sulla panchina rossonera con un chiaro intento: riportare il Milan in Europa. E tutti quanti sappiamo che per il Milan esiste una sola competizione europea, la Champions League. Per farlo la società non ha investito cifre massive sul mercato, ma ha saputo comunque regalare alcuni colpi niente male. In porta arriva Diego Lopez dal Real Madrid, un estremo difensore capace di togliere il posto ad Iker Casillas. La difesa è puntellata con l'acquisto in pompa magna dell'esperto centrale brasiliano Alex ed Armero, pur sempre il terzino sinistro titolare di un'ottima nazionale come la Colombia. A centrocampo il tassello giusto è Giacomo Bonaventura, talento italiano da troppo tempo sottovalutato. Accanto a lui arriva il promettente Van Ginkel, olandese scuola Chelsea.
Ma è in attacco che la società riserva i suoi fuochi d'artificio, cedendo Balotelli (con il benestare assoluto dell'allenatore) ed acquistando Jeremy Menez e Fernando Torres, non proprio nomi da poco. Con un El Shaarawy in più, finalmente ristabilito, la differenza in termini di rosa è palese, difficile sostenere il contrario. Se poi pensiamo che oggi, a mercato ancora aperto, è arrivato anche Cerci e si fanno i nomi di Destro e Osvaldo, il confronto è impari.

Eppure con materiale migliore, maggiore esperienza ed un'intera preparazione estiva per plasmare la squadra, i punti a referto sono meno. Anche vincendo l'ultima di andata, Inzaghi avrebbe portato in dote 29 punti, frutto di 7 vittorie (una ancora da ottenere), ben 8 pareggi e 4 sconfitte. Sul piano del gioco, poi, non si è visto alcun miglioramento. Tolti gli exploit di inizio torneo, infatti, i rossoneri hanno espresso un gioco scialbo, una difesa poco solida ed un attacco totalmente dipendente dalla giornata di Menez, unico vero trascinatore del Diavolo. Gli unici acuti sono stati quelli contro Napoli e Roma, poco prima della sosta natalizia, svalutate dalle nette sconfitte casalinghe con Sassuolo e Palermo, ed i pareggi contro le pericolanti Cagliari, Empoli e Cesena. Così facendo la Champions League è un miraggio. 

9 gennaio 2015

Storie di calcio: salvate il soldato Osvaldo

Sguardo da divo di Hollywood, capello curato, carattere fumantino. Descritto così non sembrerebbe quasi un calciatore, eppure i numeri del grande attaccante li ha tutti. Pablo Daniel Osvaldo, italo-argentino classe '86, è uno di quei talenti che difficilmente passano inosservati. La sua forza sta nel modo in cui gioca a pallone e nella cattiveria con la quale punta le difese avversarie. Fare goal, per lui, non è mai stato un problema, anzi. Il suo limite sta invece in un carattere difficile da domare, in quello sguardo che esprime chiaramente il suo essere poco incline alle regole, agli schemi.
Sulle qualità di Osvaldo nessuno ha mai avuto da ridire. Tutti i suoi allenatori, ivi compreso l'attuale commissario tecnico dell'Italia, ne hanno sempre scorto il grande potenziale, fisico, tecnico e tattico. Eppure, nonostante le sue doti siano fuori dal comune, ha sempre faticato ad integrarsi in un ambiente, a diventare il vero leader del reparto avanzato.

Cresciuto in Argentina nel Lanùs, Osvaldo esplode con la maglia dell'Huracan, mettendo a segno 11 reti nel campionato albiceleste a soli 19 anni. L'Atalanta si accaparra le sue prestazioni e di lì in avanti inizia un lungo peregrinare per l'Italia, fra Lecce, Firenze e Bologna.
A 24 anni l'occasione di mettersi in mostra in un grande torneo gliel'ha regala l'Espanyol. A Barcellona il talento di Osvaldo deflagra letteralmente, mettendo a referto 22 reti in poco più di 15 mesi. Nella Liga segna e fa segnare, fa reparto e aiuta i compagni. Sembra finalmente sbocciato il talento che tutti gli addetti ai lavori si aspettavano. 
Nel 2011 lo riporta in Italia l'ambiziosa Roma di Luis Enrique, che lo pone in mezzo ad un tridente con Totti e lo spagnolo Bojan Krkic, appena arrivato dal Barcellona. In men che non si dica Osvaldo si conquista il posto da titolare a suon di reti, diventando insostituibile nello scacchiere tattico del tecnico catalano. Ma l'avventura di Luis Enrique a Roma dura poco, e con il suo esonero iniziano i primi problemi per Osvaldo, messo in discussione dal traghettatore Andreazzoli. In tempo zero viene fuori il più classico dei pandemoni alla Osvaldo, con tweet, urla e liti.
L'estate successiva approda in giallorosso Zeman. Fra i due è amore al primo sguardo, perchè Osvaldo è "una forza della natura" a detta del boemo. Il centravanti vive una stagione sublime, mette a referto 17 reti ma continua a non avere un rapporto idilliaco con la piazza romanista. La relazione scoppia con l'allontanamento di Zeman, suo massimo sponsor, e l'approdo di Rudi Garcia alla corte romanista. 
L'inevitabile trasferimento porta il bomber in Inghilterra, al Southampton. Dopo un inizio scintillante ed un paio di reti da fantascienza, l'idillio finisce. E così Antonio Conte lo porta alla Juventus dove fa in tempo a vincere uno Scudetto con goal sotto la curva Sud della Roma e dito sulla bocca a modi scherno. Sembra un ragazzo nuovo, sta in panchina e non fa polemiche, gioca e ha un bel rapporto con i compagni e con l'allenatore. L'epilogo, anche in questo caso, non è dei migliori. Conte lascia la Juventus e Marotta preferisce investire su Alvaro Morata, lasciando Osvaldo a Southampton.

E arriviamo ai giorni nostri, con il centravanti che accetta le lusinghe dell'Inter e si mette a disposizione di Mazzarri. Fra i due la stima è totale, la sintonia è ai massimi storici. La squadra non è ai vertici, ma Osvaldo gioca e si diverte. Mette a segno reti meravigliose e sembra trovare una buona intesa con Icardi. Nel mentre, fra un infortunio muscolare e qualche sconfitta di troppo, l'Inter cambia guida tecnica e riaffida la panchina a Mancini.
La fine dell'amore fra Osvaldo e i nerazzurri si consuma in una fredda sera torinese, a pochi minuti dalla fine del derby d'Italia. L'Inter parte in contropiede con Icardi e Osvaldo si propone in profondità. Il numero 9 alza la testa, vede il compagno ma decide di non servirlo e fare tutto da solo. Il risultato è un tiro inguardabile sul fondo, e a Osvaldo parte l'embolo. Corre contro Icardi ed il solo intervento di Guarin impedisce che i due argentini arrivino alle mani. Mancini, da par suo, redarguisce il solo Osvaldo, che ovviamente non la prende bene. 
Sembra finito tutto con il fischio finale, ma pare non sia così. Negli spogliatoi, stando ai bene informati, volano parole grosse fra il tecnico e il centravanti. La rottura è insanabile, definitiva. 
Lungi da me giustificare le mattane di Osvaldo, ma in un contesto simile è stato scriteriato riprendere solo uno dei due. L'errore di Icardi è stato marchiano e figlio di un egoismo altamente negativo. Un grande attaccante sa quando passare il pallone e quando fare tutto da solo, da questo punto di vista Icardi deve maturare ancora molto. Fra i due, comunque, era questione di giorni prima che un possibile conflitto esplodesse.
E adesso? Osvaldo è un separato in casa, ma potrebbe fare al caso di molte squadre. Per lui sarebbe l'ultimo treno di una carriera che poteva essere diversa. La sua luce si è fatta fioca e come giocatore sembra destinato a passare alla storia come un ragazzo dal grande potenziale che non è mai riuscito ad esprimersi. A meno che non approdi al Torino, dove sono sicuro potrebbe diventare un idolo incontrastato e risollevare le sorti dei cugini granata. Ma per ora è solo una suggestione...

8 gennaio 2015

Storie di calcio: non è un paese per vecchi (o forse sì?)

L'ho detto una volta e non mi stancherò di ripeterlo, il male del nostro calcio non va ricercato sul campo o nei fondi di investimento. Ciò che ha reso il nostro movimento meno forte di un tempo è la programmazione sbagliata. Troppo spesso ci troviamo di fronte a grandi dirigenti, o presunti tali, che si lasciano sfuggire giovani di belle speranze o campioni in divenire. Ed il più delle volte lo fanno in favore di ragazzi che non hanno né il talento né il pedigree dei giovani italiani. Il risultato che scaturisce da questa scuola di pensiero è un campionato scialbo, ricco di stranieri sopravvalutati e zeppo di giovani promesse nostrane confinate in provincia, dove lottano con le unghie e con i denti pur di accaparrarsi una maglia da titolare nella massima serie.

Partiamo dagli estremi difensori, ruolo nel quale la scuola italiana è da sempre maestra. Tolti Buffon e Handanovic, oggettivamente un gradino sopra tutti, i migliori portieri del nostro torneo si stanno dimostrando Perin, Sorrentino, Sportiello e Consigli. E guarda caso giocano tutti e quattro in compagini di grande tradizione ma lontane dalle lotte Scudetto o Champions League. Eppure non vedo grossi talenti nelle piazze più famose del "bel paese".
A Napoli hanno preferito investire 5 milioni di euro per un mediocre portiere come Rafael (non me ne vogliano gli amici napoletani, avrà fatto anche vincere una Supercoppa ma fra i pali è da brividi) piuttosto che coltivare in casa un talento cristallino come Sepe, un anno più giovane del brasiliano e grande protagonista nell'Empoli di Sarri.
Il Milan, che cercava l'erede di Abbiati, ha acquistato dal Real Madrid lo spagnolo Diego Lopez. Il numero uno rossonero è un calciatore di sicuro affidamento, ma la sua carta d'identità (1981) non garantisce al Diavolo la certezza di un quinquennio ai massimi livelli. Certezza che sarebbe stata assicurata da Perin o Consigli, che al momento fanno miracoli a Genova e Sassuolo pur di guadagnarsi la chiamata di un grande club o della Nazionale. E lo stesso discorso vale per Sorrentino, estremo difensore di sicuro affidamento che non ha mai avuto l'occasione di giocare in un top team, a discapito invece di presunti fuoriclasse.

Per i giocatori di movimento il discorso è analogo, con l'aggravante di aver importato un numero massiccio di stranieri mediocri. Ben vengano campioncini come Dybala, Vazquez, Kovacic e Cuadrado, non sono certamente loro il problema. Il nocciolo della questione risiede nella miopia dei grandi dirigenti del nostro calcio, che non riescono a vedere le potenzialità dei nostri ragazzi cresciuti a pane e calcio nei vivai dello stivale. E ci troviamo di fronte ad inspiegabili fenomeni di mercato in cui i club più blasonati investono svariati milioni per avere gente come Vidic, Alex, Medel, Torres, Cole, Romulo e David Lopez. Giocatori onesti che fotografano perfettamente il motivo per cui la Serie A non ha più l'appeal di un tempo. E non è una mera questione economica, perchè questi giocatori prendono stipendi milionari pur non dando un reale contributo alla causa.
E allora dopo sei mesi di campionato ti guardi in giro e scopri che Zaza e Berardi sono due grandi giocatori, ma che la Juventus ha preferito lasciarli a Sassuolo in vista di un futuro (forse) riscatto. E intanto Allegri lotta con una squadra che ha difficoltà ad andare in rete e che più che di un Romulo o di un Morata avrebbe avuto bisogno dei suoi giovani talenti in provincia.
Oppure noti che in difesa, laddove sono stati acquistati Richards, Alex e Vidic o dove trovano spazio Campagnaro, Rami e Maggio, ci sono giovani italiani che valgono più di loro. Rugani, Tonelli, Romagnoli, Zappacosta, Darmian, Rossettini..ragazzi validi e mai presi in considerazione nelle manovre di mercato. Si potrà obiettare che Rugani è di proprietà della Juventus, ma nessuno è andato a chiedere il prezzo del suo cartellino, e forse un motivo ci sarà.
La ragione è la stessa che ha portato quasi per caso un grande centrocampista come Bonaventura alla corte del Milan. Acquistato l'ultimo giorno di mercato come ripiego dell'affare Biabiany, l'esterno di scuola Atalanta si è conquistato la maglia da titolare a suon di grandi prestazioni, mettendo in ombra più quotati compagni. Ma per un Bonaventura che ce la fa, ci sono tanti Baselli, Bertolacci e Verdi che non trovano lo spazio che meriterebbero.

Viviamo in un paese dove i giovani non trovano lavoro, dove esistono gli stage non retribuiti e le collaborazioni in nero. Almeno nello sport, tutto questo, non dovrebbe esistere. Il calcio, lo sport in generale, dev'essere lo specchio della meritocrazia. Gioca e si mette in evidenza chi merita, non chi ha il procuratore migliore o chi può essere l'investimento giusto per il futuro economico della società. Ben vengano i giovani fuoriclasse, di qualunque nazione siano, ma anche giocatori d'esperienza come Perotti e Borja Valero. Ciò che non tollero è vedere i nostri club fare aste folli per mediocri giocatori dal sontuoso pedigree, giusto per accontentare il tifoso medio e far bella figura con il consiglio di amministrazione. Non è questo il calcio che voglio. E come me i milioni di italiani che amano questo sport, fatto di velocità, classe, tecnica, estro ed inventiva. 
Rivoglio i tempi in cui la classifica marcatori era dominata da Signori, Baggio, Del Piero, Chiesa e Montella, con Ronaldo, Crespo e Batistuta a sfidarli. Questo è il calcio che voglio, quello fatto dai grandi talenti italiani ed i fuoriclasse stranieri. Prima i nostri dirigenti lo capiranno, prima il nostro calcio si risolleverà e tornerà ad essere leader in Europa e nel mondo.

19 dicembre 2014

Storie di calcio: l'animo Gunners, Thierry Henry

La forza di uno schiaffo con l'eleganza di una carezza. Thierry Henry può essere definito con queste semplici parole, che dipingono sufficientemente bene che grandissimo giocatore sia stato.
Un attaccante completo, feroce in area di rigore e prezioso in fase di costruzione di gioco; mortifero, freddo e spietato davanti al portiere; capace di giocate ai limiti della fisica, belle da vedere ed impensabili per un comune mortale. Implacabile nell'uno-contro-uno, madre natura ha donato a Titì un cambio di passo fuori dal comune, che unito ad una tecnica stellare lo rendeva un attaccante immarcabile, devastante.

Nato e cresciuto in un distretto parigino, Henry è stato iniziato al calcio dal padre Antoine, originario della Guadalupa e grande appassionato di calcio. Duro, come spesso molti padri di grandi sportivi, Antoine inizia il piccolo Thierry al mondo del calcio. E' chiaro a tutti che il ragazzo abbia un potenziale fuori dal comune, ed il suo primo estimatore è Arnold Catalano, osservatore del Monaco, che gli offre l'ingresso in squadra senza bisogno di alcun provino.
Nel principato Henry cresce fisicamente e tecnicamente, tanto da attirare su di sè l'attenzione del manager del Monaco, Arsène Wenger. Il tecnico alsaziano ha il coraggio di aggregare alla rosa della prima squadra un Henry non ancora maggiorenne, facendolo debuttare nel 1995. Thierry, abituato a svariare su tutto il fronte d'attacco, viene adattato sull'esterno, dove la sua velocità ed il dribbling secco, fulmineo, possono fare la differenza. Per nulla spaventato dal confronto con i grandi, Henry mette a referto 8 presenze e 3 reti, guadagnandosi un posto in pianta stabile per gli anni avvenire.
Agli ordini dell'ex stella transalpina Jean Tigana, Henry forma con Trezeguet e Guivarc'h uno dei tridenti più letali dell'intero continente, riportando il Monaco sul tetto di Francia e incantando in Champions League, dove incrocia il suo più immediato futuro, la Juventus.

Nonostante Henry non segni a grappoli, come abituato a fare nelle giovanili, Luciano Moggi decide di investire sulla stella di origine caraibica. Nell'inverno del 1998, a sorpresa, Henry è il regalo che la dirigenza bianconera fa ad Ancelotti, subentrato a Marcello Lippi ed orfano di Alessandro Del Piero. Il tecnico emiliano, compiendo forse l'unico errore della sua carriera, sacrifica Henry sull'esterno di centrocampo in favore di Inzaghi ed uno fra Fonseca ed Esnaider. Nonostante tutto gioca 16 buone partite, condite da una doppietta mortifera all'Olimpico di Roma, che spiana la strada al Milan per la rimonta scudetto ai danni della Lazio.
Confermato per la stagione successiva, Henry viene di colpo venduto all'Arsenal in un torrido pomeriggio di Agosto. Una giornata indelebile, in cui fu mia nonna a riportarmi la ferale notizia, legandomi in modo indissolubile alle gesta di Titì.

A Londra lo aspetta a braccia aperte il suo primo mentore, quell'Arsène Wenger che lo aveva fatto debuttare fra i professionisti e che, per primo, aveva provato a spostare Henry sulla fascia, solo per non togliere dal campo uno fra Ikpeba e Sonny Anderson.
Ad Highbury, però, occorre un nuovo centravanti per far dimenticare ai Gunners il connazionale Nicolas Anelka, appena ceduto al Real Madrid. L'inizio non è dei migliori, con il talentino che non trova la via della rete nelle prime otto di campionato, attirando su di sé i malumori di Highbury.
"I've literally had to go back to school and be re-taught everything about the art of striking", disse Henry al The Observer, prima di ingranare la marcia alta.
Con 26 reti alla prima stagione londinese, Henry scaccia tutti i detrattori ed inizia ad incantare il mondo intero. Non si limita a segnare con sconcertante regolarità, ma si toglie lo sfizio di siglare reti da antologia e deliziare anche i palati più fini con giocate degne di una leggenda calcistica.
Insieme a Dennis Bergkamp, Robert Pires e Patrick Vieira è il simbolo dell'Arsenal più vincente della storia, diventandone da lì a poco il simbolo, il capitano.

Dopo otto anni di idillio, però, è troppo forte la tentazione di andare a Barcellona, dove ha l'occasione di giocare con Ronaldinho ed Eto'o per dar la caccia alla Champions League, trofeo sfiorato troppe volte in carriera. In blaugrana accetta di tornare a giocare sulla fascia, lasciando il centro dell'attacco al camerunense. Un sacrificio che testimonia molto chiaramente quanto Henry sia stato un campione, capace di mettersi al servizio della squadra pur di raggiungere con essa i più grandi traguardi.
Nei tre anni con la camiseta azulgrana incanta il pubblico del Camp Nou e ha l'occasione di svezzare una giovane stella, quel Lionel Messi per cui qualche anno più tardi userà parole al miele: "Lionel Messi is the best player in the world but I respect the amount of work Cristiano Ronaldo has put into the game. Messi is just a freak. It is nice for kids to watch as they can see one guy who was given a gift and the other guy who does it through hard work".
E così dopo aver vinto tutto in Spagna, in Europa e nel mondo, Thierry Henry diventa ambasciatore del calcio negli States, proprio come Pelè. Perchè d'altronde, come disse Camus, "non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio".
Ma la favola, la storia sportiva di questo grande uomo, non poteva finire così. Prima di dire addio un saluto alla sua gente era doveroso. E così, anche se per soli quattro spezzoni di match, Henry decide di tornare profeta in patria, giocando ancora una volta dinnanzi ai tifosi dell'Arsenal, segnando per loro un'ultima rete, la numero 228.


"Thierry Henry potrebbe prendere palla in mezzo al campo e segnare un gol che nessun altro al mondo potrebbe segnare", come diceva Wenger. Ma Henry è stato un grande uomo ancor prima che un campione, un esempio in campo e fuori. Simbolo della lotta contro il razzismo, Henry avrebbe meritato il Pallone d'oro, ma in fondo è in buona compagnia.
"After 20 years in the game I have decided to retire from professional football. It has been an incredible journey and I would like to thank all the fans, team mates and individuals involved with AS Monaco, Juventus, Arsenal FC, FC Barcelona, the New York Red Bulls and of course the French National Team that have made my time in the game so special. I have had some amazing memories (mostly good!) and a wonderful experience. I hope you have enjoyed watching as much as I have enjoyed taking part". Puoi star tranquillo Thierry.

16 dicembre 2014

Luca Lezzerini e i suoi fratelli: come crescono i giovani portieri

Diversi mesi fa ho scritto di un ragazzo che ha un roseo futuro dalla sua, Luca Lezzerini. In esclusiva per Esperto di Calcio, Adorno Maiani, suo primo allenatore e vero mentore. Con Adorno scopriremo come Luca Lezzerini sia diventato un portiere alle soglie dell'esordio nel calcio professionistico.

Ciao Adorno, benvenuto sul blog dell'Esperto. Racconta al grande pubblico chi sei.
Ciao a tutti, è un piacere essere qui con voi. Allora, sono un allenatore e preparatore fisico, ho dedicato la mia vita professionale ad aiutare i giovani estremi difensori italiani. Ho lavorato sette stagioni consecutive alla SS Lazio, fino ad accettare a inizio anno l'incarico con gli allievi nazionali di Lega Pro, esperienza terminata prematuramente a Settembre.

Luca Lezzerini, a quando risale il primo incontro con il giovane portiere viola? 
Nell'ormai lontano 2007, presso il centro sportivo Dablù all'Eur. Luca giocava come centrocampista per la SS Lazio ed io allenavo i portieri. L'ho subito notato per la sua stazza fisica, che sfiorava il metro e ottantacinque. Come detto, giocava centrocampista (come Buffon) e dopo un allenamento mi avvicinai a lui e gli proposi di cambiare ruolo, provare a difendere i pali.
Dopo alcuni giorni di riflessione Luca accettò la proposta di buon grado ed io iniziai ad insegnargli tutti i segreti del ruolo. Ho cercato di farlo innamorare del nuovo ruolo, fornendogli le basi specifiche per diventare un estremo difensore moderno. Lavorare con lui era bello, mi è sempre sembrato un bravo ragazzo, educato con i tecnici come con i compagni, sempre pronto a recepire gli input che riceveva dallo staff e da me in prima persona.
Il direttore sportivo Corvino, all'epoca alla Fiorentina, lo corteggiò e fu bravo a portarlo a Firenze, dove tutt'ora risiede.

Bardi, Leali, Perin e Scuffett sono solo alcuni illustri predecessori di Luca. Lezzerini ha i numeri per ricalcare le loro orme? 
I numeri ci sono, inutile nasconderlo. Per crescere, come portiere e come sportivo, occorre giocare. Allenarsi con un grande portiere può essere gratificante e stimolante, ma il solo impiego in settimana non basta a rendere completo un giocatore.
Per diventare un professionista occorre giocare, qualora non trovasse spazio nella Fiorentina gli consiglierei di provare l'avventura in cadetteria o lega pro. Farsi le ossa, come alcuni dei colleghi sopra citati, potrebbe risultare determinante per trovare una maglia in massima serie.

La scuola dei portieri italiani è, a mio avviso, la migliore del mondo. Da uomo di calcio, quale pensa possano esserme i segreti? 
La scuola italiana per quanto mi riguarda è una delle migliori al mondo. Per stare al passo coi tempi credo si debba lavorare maggiormente sulla tecnica podalica, un pochino tralasciata rispetto alla classica preparazione fra i pali. L'estremo difensore è ormai un difensore a tutti gli effetti, a cui è chiesto di sapere uscire con i piedi ed impostare l'azione. A ben vedere può diventare il primo attaccante e con i suoi lanci può creare anche occasioni da rete. Non è insolito vedere un assist del portiere, oggi giorno.

Quali sono i ragazzi da tenere d'occhio? 
Innanzitutto ci terrei a sottolineare un aspetto fondamentale: esistono due tipi di portiere, parlo di portieri in settori professionistici. Il primo è eccellente in allenamento e in partitella, ma poi in partita non è all'altezza; il secondo è invece concreto, tenace, concenctrato, cattivo (nel senso buono del termine) ma non cerca di mettersi in mostra. Ecco, è questo il portiere che ti fa vincere le partite.
Sui talenti futuri, posso fare un paio di nomi dopo averli allenati in prima persona. Si tratta di Luca Borelli (classe 1998) e Federico Rausa (1999), entrambi molto dotati fisicamente e concentrati sul loro lavoro. Se dovessi scommettere, loro due hanno le carte in regola per diventare dei professionisti.

15 dicembre 2014

Storie di calcio: il trionfale ritorno del Principe

Ci sono giocatori che ottengono fama e successo fin dai primi vagiti sportivi. Penso a Cassano e Balotelli, cristallini talenti mai del tutto esplosi che hanno indossato alcune fra le maglie più prestigiose del mondo.
Ci sono poi campioni assoluti, fuoriclasse, che invece faticano ad emergere, poco spinti da stampa e procuratori o semplicemente sottovalutati dagli osservatori di tutto il mondo. Uno di questi è senza ombra di dubbio Diego Milito, centravanti argentino dallo straordinario talento e dall'innato fiuto del goal. Eppure, nonostante numeri da fuoriclasse, atteggiamento da professionista e carattere da leader, Diego Milito raggiunge l'apice della carriera a 30 anni, troppo tardi per il meraviglioso giocatore che è stato.

Nato a Bernal, Diego è il più vecchio di due fratelli che hanno nel pallone il proprio destino. Nonostante fra Gabriel e Diego ci sia un solo anno di differenza, i due abbracciano scuole calcio diverse. Gabriel, detto Gabi, si lega all'Independiente, uno dei tre club più importanti e blasonati dell'intera Argentina. Diego, invece, si affida alle cure del Racing Club di Avellaneda, squadra con un glorioso passato ma in difficoltà nella seconda metà degli anni '90.
Fra i due è chiaro che Diego è quello "con i piedi buoni", eppure gli osservatori di tutto il mondo mettono gli occhi su Gabriel, che si guadagna ben presto il soprannome "El Mariscal", per il suo gioco fisico, maschio, rude. Ma in famiglia il fuoriclasse è il primogenito, che non a caso viene soprannominato "El Principe", un po' per la sua somiglianza a Enzo Francescoli, un po' per il suo modo di accarezzare il pallone. Ma evidentemente il successo non è nel suo destino, almeno per ora. Mentre Gabi diventa una colonna della Nazionale e va a giocare nella Liga spagnola, Diego resta fermo al palo.

La prima chiamata europea arriva tardi, nel 2004. A far suonare il telefono di casa Milito è il presidente del Genoa Preziosi, che decide di investire su di lui per riportare il grifone in Serie A. Milito accetta di buon grado la cadetteria e risponde presente a suon di gol, realizzandone 33 in 59 presenze e contribuendo in maniera decisiva al ritorno del Genoa nel grande calcio. In estate, il dramma. Il Genoa viene squalificato per illecito, e retrocesso in Serie C. Milito non si può permettere a 26 anni di ripartire da così indietro e decide di andarsene. Inspiegabilmente dalla Serie A nessuna offerta, ed ecco la chiamata del Real Saragozza di suo fratello Gabriel. I due, che mai fino a quel momento avevano giocato insieme, fanno le fortune della squadra aragonese, portandola al sesto posto. Gabriel è un muro in difesa, ma ancora una volta il leader è Diego. Con giocate incredibili e goal a raffica s'impone come uno dei bomber più prolifici d'Europa. A quasi 30 anni ha ormai raggiunto una maturità calcistica totale, che gli permette di essere decisivo sempre e comunque.
Nel 2008, dopo la pazzesca retrocessione del Real Saragozza (nonostante 15 reti del solito Diego Milito), il centravanti argentino cambia aria. La miopia, stavolta, è degli iberici che se lo lasciano scappare. Ad approfittarne è ancora una volta il Genoa di Preziosi, tornato in massima serie dopo l'inferno delle categorie minori.

L'impatto di Milito con la Serie A è come quello di un jet con il muro del suono. Diego Milito è un giocatore completo, che segna e fa segnare, ma che soprattutto rende una squadra di medio livello una seria candidata alle posizioni di vertice. Le giocate di Milito passano inosservate ai più, ma non ai vigili occhi di Josè Mourinho, non a caso soprannominato "Special One". Il sodalizio fra l'Inter e Milito si rivela strabiliante. Raccogliere l'eredità di Zlatan Ibrahimovic sarebbe stata dura per qualsiasi campione, rendere il centravanti svedese un pallido ricordo è impresa per un solo fuoriclasse. 
In coppia con Eto'o, reduce dai successi agrodolci in terra catalana, trascina l'Inter sul tetto d'Europa dopo svariati decenni, dimostrando ancora una volta che i campioni, nel calcio, non sono quelli con il cognome o il pedigree, ma quelli che in campo fanno la differenza. E allora c'è da chiedersi, com'è possibile che un campionissimo del calibro di Diego Milito sia giunto al suo culmine solo a 30 anni? Francamente non me lo spiego, se non pensando che tanti dirigenti del nostro calcio non sanno fare il proprio lavoro, o antepongono gli interessi economici a quelli del campo.

In estate, dopo un triste ed arido saluto alla sua Inter, Diego Milito torna a vestire la maglia del Racing, squadra che lo ha lanciato nel calcio che conta. Le ginocchia non sono più quelle di un tempo, la corsa non è fluida e i muscoli non rispondono ad ogni sollecitazione. Ma c'è qualcosa che non si perde, ed è l'essere un leader. Dentro e fuori dal campo. Milito si dimostra un vero capitano e guida i suoi compagni, non di certo una rosa di fenomeni, a giocare con il cuore e con la testa, dando l'anima in campo.
E dopo 13 anni ecco tornare ad Avellaneda il titolo, soffiato al più quotato River Plate dopo un inseguimento durato mesi. La classica fiaba a lieto fine, una di quelle storie di cui il calcio moderno ha davvero bisogno. 

11 dicembre 2014

Nè investimenti nè bilanci. E' l'icompetenza il problema del nostro calcio

La fine del Group Stage di Champions League è un momento di riflessioni e valutazioni. Volenti o nolenti è un primo spartiacque stagionale, specie per big europee che hanno il dovere di provare a vincere il più ambito e fascinoso torneo continentale.
Come spesso capita da qualche stagione a questa parte, il bilancio per noi italiani è agrodolce, ma ci sono motivi per sorridere, a seconda che si voglia vedere il bicchiere mezzo pieno o meno. Io sono una persona positiva per natura, e penso che dopo il fallimento del Napoli ai Play-off le nostre squadre ci abbiano dato di che sorridere, nonostante rimanga solo la Juventus nel massimo torneo continentale. Certo, sarebbe sciocco dire che il nostro calcio è tornato ai fasti di alcuni anni fa, ma credo che per quello ci vada molto tempo. Servono pazienza e programmazione, togliamoci dalla testa che il problema siano i soldi, i fatturati e i bilanci. Sono solo puerili scuse dietro cui i dirigenti sportivi provano a nascondere i propri fallimenti, che magari tali non sono. Perdere fa parte del gioco, a volte occorre semplicemente accettare che l'avversario sia stato più bravo o che sfortuna e circostanze avverse hanno posto fine all'esperienza in quella competizione.
Pazienza e programmazione, si diceva, ma anche tanta competenza. Se è vero che viene dato poco spazio agli italiani, fin dai settori giovanili, è altrettanto vero che non siamo più così bravi ad acquistare all'estero. Anni fa riuscivamo a portare nel Bel Paese giovani talenti, che nel nostro calcio si affermavano come vere stelle del firmamento mondiale. Fare il nome di Ronaldo, acquistato dall'Inter a fine anni '90, sarebbe fuorviante. E allora vi dico Batistuta, Amoroso, Veron, Bierhoff, Thuram e Trezeguet. E ancora, Crespo, Shevchenko, Mutu, Claudio Lopez, Javier Zanetti, Cordoba, Samuel, Salas, Adriano e Kaka. Molti di questi pagati poco o molto poco, valorizzati e amati per anni negli stadi dello stivale.

Dire che il nostro sistema calcio è morto, che siamo l'anello debole dell'Europa è qualunquistico. Sì, è vero, abbiamo dei problemi. In primis non sforniamo più talenti a raffica, come accadeva solo una decina di anni fa. A fine anni '90 avevamo l'imbarazzo della scelta in tutti i ruoli, faticavano a trovare posto giocatori che oggi sarebbero delle colonne in azzurro. Penso a Montella, Roberto Baggio, Chiesa e Signori davanti, Panucci e Materazzi in difesa, Di Matteo, Tommasi e Dino Baggio in mezzo. I nostri talenti si mischiavano a giovani stranieri dalla classe cristallina, che quando rivendevamo finanziavano il nostro mercato calciatori, favorendo l'approdo di calciatori affermati ed altri giovani campioni.
Oggi, invece, le squadre tendono a investire poco e male. Reduci dai bagordi di metà anni duemila, le grandi italiane hanno provato a risanare i bilanci. Non comprare non si è rivelata la soluzione, poichè il grosso dei club si è trovato schiacciato dai debiti in cui essi stessi si erano infilati, favorendo la proliferazione di pesantissimi contratti pluriennali. E' solo nelle ultime due stagioni che si è ricominciato a investire, ma lo si è fatto male ed il trend sembra lontano dall'essere invertito.
Numeri alla mano, le nostre squadre spendono e non poco. La Roma, solo quest'anno, ha investito per più di 58 milioni di euro, a fronte di un ricavo di 34. La Juventus ne ha spesi 36 abbondanti con un ritorno di 27 scarsi, il Napoli quasi 22 con un rientro di 16. Le milanesi, che gioco forza son quelle che hanno subito di più il colpo, hanno speso più di 12 milioni di euro. L'anno precedente le cifre sono ancora più inquietanti. Il Napoli ha speso più di 100 milioni di euro, ricavandone 73; la Roma 75 con un ottimo ritorno di 118. La Juventus 34 a fronte di un 48 milioni di ricavo, mentre le milanesi avevano ancora sperperato. Quasi 60 milioni sul mercato spesi dai nerazzurri, a fronte di un ricavo minimo di 9; 35 milioni per il Diavolo, che aveva venduto per 17.

Insomma, non è un problema di quantità negli investimenti, ma di qualità. Sono pochissimi i giocatori forti e giovani che sono stati acquistati dall'estero, ancor meno quelli a buon mercato. Pogba è una sorta di totem, tutti gli altri acquisti sono folli, tanto dall'estero quanto nel mercato interno. Alcuni esempi: 11 milioni di euro per la comproprietà di Giovinco, 30 per Iturbe (girati al Porto, non al Verona), 20 per Hernanes, 6 (più il cartellino di Cassano) per la comproprietà di Belfodil, 5 per Rafael Cabral e 20 per Balotelli. 
Ecco spiegati i problemi del nostro calcio e dei nostri dirigenti sportivi. Le stesse somme si sarebbero potute investire per acquistare talenti, veri, dall'estero. Penso a ragazzi come Emre Can, Depay, Digne, Draxler, Meyer, Halilovic, Munain, Ocampos, Vilhena, Oliver Torres, Yesil. Ragazzi su cui investire nel tempo, accanto ad alcuni dei nostri talenti, perchè ne abbiamo. I vari Barba, Improta, Verre e Bernardeschi meritano un'occasione, e quando son stati chiamati in causa hanno sempre risposto presente. Berardi, Zaza, Rugani, Crisetig e Belotti stanno conquistando posti di rilievo, e solo alcuni di loro sono in orbita di un grande club, che ad oggi non ha comunque puntato forte su di loro. O cambiamo mentalità o continueremo a raccontarci favole e favolette su quanto i problemi siano economici. 
Crisi è una parola che in Italia piace tanto, prima smettiamo di usarla prima ne usciremo. 

5 dicembre 2014

Storie di calcio: El Panteron, Marcelo Zalayeta

Il calcio è fatto di campioni, stelle. Sono loro che vengono acclamati, che passano alla storia, ma nella mente dei tifosi più caldi è difficile cancellare anche alcuni gregari. Nel mio caso, ad esempio, penso ad un ragazzone uruguagio, arrivato a Torino in punta di piedi e che per poco non scriveva una pagina indelebile della storia juventina. Sto parlando ovviamente di Marcelo Zalayeta, "El Panteron".

Cresciuto calcisticamente nel Danubio, squadra della sua natia Montevideo, Zalayeta brucia tutte le tappe. Appena maggiorenne il suo fisico possente lo porta alla ribalta, conquistandosi la maglia da titolare a suon di reti. Nel 1996, dopo 12 reti nella sua stagione d'esordio, il passaggio agli odiati rivali del Penarol, squadra natale di un altro grande idolo della mia infanzia, Paolo Montero. Con la casacca giallo-nera conferma le sue qualità, conquistandosi la Nazionale maggiore a 19 anni.
La vetrina che lo porta alla ribalta, però, è il Mondiale Under20, dove strega gli osservatori della Juventus. I torinesi bruciano quindi la concorrenza e portano l'attaccante sudamericano alla corte di Lippi, dove lo spazio è inevitabilmente chiuso dal trio Zidane, Inzaghi, Del Piero. Marcello Lippi scruta attentamente il panzer di Montevideo in allenamento, dandogli fiducia nei minuti finali della partita casalinga contro il Napoli. Pronti-via, Zalayeta timbra subito il cartellino e festeggia a fine anno un meritato tricolore.
Vista la giovane età, Zalayeta viene parcheggiato ad Empoli, alla corte dell'attuale osservatore juventino Mauro Sandreani. Qui vive una stagione buia, con pochi gol e scarse opportunità, chiuso (inspiegabilmente) da Carparelli, Martusciello e Di Napoli, non proprio tre campionissimi.
E allora ecco per Marcelo l'occasione in terra spagnola, al Sevilla. In Andalusia sente aria di casa e la fiducia del tecnico, realizzando le 10 reti più importanti della carriera, quelle che lo riportano all'ombra della Mole.

La sua seconda, e non ultima, parentesi bianconera è ancora una volta chiaro-scura, ma ricca di colpi di scena. Se la continuità d'impiego non è garantita, Zalayeta decide di far breccia nel cuore del tifo zebrato con due marcature storiche. Marcelo è l'uomo dell'ultimo secondo, quello che ti risolve le partite. E così sceglie il palcoscenico della Champions League per firmare i propri acuti. Dapprima in quel del Camp Nou, a Barcellona. Nei supplementari di una partita tesissima graffia i blaugrana con una zampata su cross di Birindelli, spianando la strada della finale alla Juventus. Capitolo triste questo, che vede il panzer uruguayano fra i protagonisti dei rigori sbagliati contro il Milan di Ancelotti, Dida e Shevchenko, fenomeno ucraino autore della segnatura decisiva.



Il secondo acuto lo piazza invece un paio di stagioni dopo, nella splendida cornice del Delle Alpi. Agli ordini di Capello, infatti, Zalayeta segna il gol decisivo contro il Real Madrid degli ormai ex-Galcticos, portando gli undici del tecnico friulano al turno successivo.
E' proprio il tecnico di Pieris che consiglia Zalayeta al Napoli ed il Napoli a Marcelo, dando vita ad una nuova storia d'amore all'indomani del ritorno in A dei bianconeri. Ma ormai i graffi della pantera sembrano tenere carezze per il calcio europeo, e dopo un biennio napoletano e una piccola parentesi bolognese, Zalayeta decide di tornare a casa. Lo fa rivestendo la maglia del Penarol, squadra con cui sembra destinato a chiudere la sua carriera di centravanti. Non certo una carriera da campione, ma per sempre nella mente e nei ricordi di chi ha vissuto le emozioni che El Panteron ha saputo regalare.

1 dicembre 2014

Storie di calcio: la dinastia dei Maldini, fra passato e futuro

Ci sono amori che non finiscono, nonostante difficoltà e incomprensioni. Il rapporto fra i Maldini ed il Milan è uno di questi. Il tutto ha inizio a metà anni '50, quando l'Italia cerca di rialzarsi dalla rovina della seconda guerra mondiale ed il calcio è lo svago della domenica.
Il primo della dinastia è un giovane ragazzo friulano, dai capelli neri e un'invidiabile serietà. Si chiama Cesare, è cresciuto nella Triestina e decide di fare la storia del Diavolo. Difensore tignoso e serio, Cesare Maldini si guadagna il rispetto dei tifosi e della società con le sue giocate, i suoi successi. Gli scudetti si ripetono copiosi, ma l'alloro più grande è la Coppa dei Campioni, alzata sotto il cielo di Wembley nel 1963, sconfiggendo il Benfica dell'immeso Eusebio. 
Impossibile eguagliarlo, inimmaginabile superarlo. Quando Paolo Maldini, il figlio, si affaccia sulla scena del calcio professionistico nessuno pensa che possa fare il percorso del padre, figuriamoci migliorarlo. E invece questo ragazzo dalla folta chioma nera e gli occhi azzurro cielo diventa un campione. Per anni è il simbolo del Milan e del calcio italiano, rappresenta l'élite della difesa. Come terzino sinistro prima e centrale poi si conquista la stima e il rispetto di tutti: tifosi, avversari, colleghi. Per quasi vent'anni è il simbolo del grande Milan, guidato ad inimmaginabili trionfi.

L'arrivederci o l'addio al Milan è stato brutto, triste. Ma il rapporto d'amore fra il Milan e i Maldini non è terminato, nonostante la tristezza e l'amarezza di quell'ultimo giorno a San Siro. E allora ecco affacciarsi sulla scena calcistica un altro difensore, Christian Maldini. Classe 1996, ha vissuto un esordio da predestinato in Primavera, trovando la rete dopo soli sessanta secondi dall'esordio in campo.
Per conoscerlo meglio ho intervistato l'amico ed ex collega Luca Brivio, giornalista con un'esperienza alla corte dell'Udinese ed uno degli autori de La Giovane Italia, interessante libro/almanacco in uscita in questi giorni.

Maldini, un cognome pesantissimo nel calcio e nel Milan. Come definirsi il giovane Christian? 
Christian Maldini è un difensore, di buona struttura fisica, classe 1996. Bisogna subito uscire dalle banalità: a meno di miracoli quando sei figlio di uno dei migliori giocatori della storia del calcio difficilmente puoi ambire a eguagliare il tuo modello. E hai tutto contro, perchè il peso del cognome è inevitabile. Il primo gol in Primavera dopo 1 minuto della partita di debutto è certamente una bella coincidenza ma bisogna - se si vuole lasciare delle possibilità di considerazione accettabili e non ambigue o fuorvianti - porre al primo posto proprio questo criterio. Ok, è il figlio di Maldini. Ma non bisogna aspettarsi un nuovo Paolo. Anche perchè, concludendo con il lato tecnico e di valutazione del ragazzo, non è mai stato un punto fermo o il fenomeno delle squadre in cui ha giocato nelle giovanili, ma uno dei tanti ragazzini che cercano di crescere e migliorare (subendo peraltro qualche infortunio di troppo, compreso quello che l'ha costretto a uscire ieri alla mezz'ora).


Con un padre cosi, quanto e che tipo di peso si ha nello spogliatoio?
Il peso nello spogliatoio credo sarebbe pari a tutti gli altri, anzi il cognome porta solo pressione in più, complicando un eventuale adattamento in caso di promozione in prima squadra. Piuttosto il tema potrebbe essere quello del ruolo di Paolo, che entrerebbe in scena solo in caso di addio di Galliani, visti i rapporti notoriamente non da buoni e vecchi amici. In ogni caso proprio per i discorsi su pressione e aspettative da "figlio di", credo che solo un fenomeno potrebbe riuscire a isolarsi da tutto e crearsi uno spazio al Milan, considerando tutto quanto detto finora.

Ecco, i rapporti tesi fra Paolo, la società e i tifosi influiranno sulla sua crescita e la sua carriera?
Per questo credo che, al netto di un percorso giovanile che finirà inevitabilmente al termine di quest'anno o al più tardi nella prossima stagione, per Christian l'inizio di carriera - ripeto qualora riuscisse a fare il passo, che non è per tutti - ad alti livelli, sarà probabilmente lontano da Milano e dal rossonero. 

Lasciamo crescere il ragazzo tranquillo, senza aspettative nè pressioni. Il calcio, in fondo, è un gioco. Business e quant'altro vengono dopo, pochi lo pensano, ma chi per chi ama lo sport dev'essere così. 

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